Giannettino Giustiniani, 1a, 1b, 1c, 1d, 1e, 1f, 1g, 1h, 1i, 1j, 1k, 1l, 1m

Rivali di Giannettino: i fratelli Pallavicino





Giannettino era pieno di speranze circa i riconoscimenti promessi per l’impegno da lui profuso a favore della Francia, ma di una cosa si preoccupava soprattutto: che nessuno in Genova potesse vantare riconoscimenti maggiori.[1] Nell’aprile ‘45 il doge Luca Giustiniani mise sull’avviso Giannettino che il suo ruolo di « più premiato di Francia » sembrava in pericolo, poichè Francesco Maria Pallavicini, che era tornato a Genova da Parigi, andava vantandosi dei grandi favori ottenuti a Corte.[2]

« Hora farrò sapere a Vostra Eminenza ciò che ha passato meco il Doge di questa Republica, mio cugino. Mi ha inviato a dire questa mattina che desiderava parlarmi, et condottomi da lui, il primo saluto che mi ha fatto, mi ha richiesto quanto tempo era che non havevo nova del signor Francesco Maria Pallavicino, un nostro gentilhuomo che venne costì con la moglie. Le risposi niuna, perchè non havevo mai seco passato lettera. “Horsù, ve ne darò”, mi soggiunse. “Venne hieri sera da me il signor Alessandro Grimaldi del fu signor Ansaldo, il quale è pochi giorni che manca da Pariggi, ha veduto il signor Francesco Maria, et richiestole come haveva aggiustato i suoi affari, le rispose nella seguente maniera: ‘da pochi giorni in qua benissimo, altrimente mi partivo disgustato. Sua Maestà mi ha accresciuto la mia pensione sino a tremila scudi per ciascun anno, mi dona un buon aggiuto di costa per fare il viaggio, honora la signora Deianira mia moglie d’una gioia di tremila scudi, mi dà il denaro per fare un Reggimento, mi ha dato la patente di Maresciallo di Campo, e promessa che terminata questa prima campagna mi honorerà dell’habito di Santo Spirito’. Tutto questo mi ha giurato haverle detto lo stesso signor Francesco Maria, sì che l’ho incommodata a bello studio, parendomi di pottermi ralegrare con la nostra casa, e con Vostra Signoria singolarmente, con la quale ho tant’interesse, perchè se la Francia è così prodiga di gratie et d’honori a chi non l’ha mai servita, che doverà fare con la persona di Vostra Signoria, della quale gli avi, i padri, i zii et lei stessa l’hanno sempre servita... io ne spero gran cose, massime in un tempo che il direttore di quella monarchia è il primo padrone che Vostra Signoria habbi”. Restai, padrone eminentissimo, stordito, et le risposi che della generosità di Sua Maestà tutto si doveva credere, ma che quanto alla collatione di quelli honori sì grandi bisognava meritarseli con meriti maggiori di quelli haveva di presente il signor Francesco Maria, e quanto alla mia persona vivevo assai sicuro che niuno gentilhuomo mio paesano mi haverebbe superato nell’essere premiato da Sua Maestà, perché dove non fosse gionto il mio merito haverebbe supplito la prottetione di Vostra Eminenza, la quale humilissimamente supplico d’havere a cuore la mia riputatione, di non m’abbandonare, et di non permettere che restino vane le mie protteste, mentre eterno sarrà il mio ossequio ».[3]

Francesco Maria Pallavicini fu costretto a giustificarsi con Mazzarino per le sue imprudenti affermazioni, e chiamò in causa l’ex residente Amontot ed il suo segretario e incaricato d’affari Dumesnil accusandoli di averlo calunniato:

« Il signor Amontot haveva fatto publicare da suoi, doppo d’haver usato meco un’infinità di pessime attioni, che per non haver voluto io riconciliarmi seco, havesse chooperato che io fussii partito dalla corte senza riportare alcuna gratia particulare da Vostra Eminenza, il che cagionava un pregiuditio così grande al servitio di Sua Maestà, massime nella congiontura de tempi che molto se n’approfittavano il partito e ministri spagnuoli, quali temevano prima la mia venuta alla corte in qualità di poter ritornare con vantagio del servitio della Francia, che si facevano allegrezze con far apparire non usarsi beneficenza con l’italiani in cotesta corte, onde ho stimato necessario per non mancare totalmente al servitio, di dichiararmi altamente sodisfatissimo, e far publicare che Vostra Eminenza mi haveva assicurato d’un benefitio per mio figlio, dichiaratomi maresciallo di campo con ordine di levare un regimento per servire in persona subito sarà possibile, e che per esser seguita la nostra partenza quasi all’improvisa non erano stati dati quelli segni di gratie che attendo hora da Vostra Eminenza. Con questo feci svanire il nuvolo, et a tutta la noblezza così ho parlato, e supplico humilissimamente Vostra Eminenza a degnarsi di credere che per li termini con quali ho parlato di me, e delle cose della corte, si è constituito in magior stima il servitio di Sua Maestà. Il segretario d’Amontot, creatura e domestico del vescovo di Boves,[4] che per se è incapace di ben servire, distrugge totalmente il servitio, massime osservando li cenni d’Amontot, nel quale v’è mala intentione, et incapacità di conoscere ed essequire il buon servitio. Giuro sopra l’honor mio essere questa verità infalibile, supplicando humilissimamente Vostra Eminenza di credere e ponderare tali disordini, che nascono massime da malignità ».[5]

Le lettere che Francesco Maria Pallavicini e Giannettino Giustiniani scrissero in quel periodo a Mazzarino lasciano intravvedere nell’ambiente degli agenti e dei partigiani di Francia a Genova un bel groviglio di rivalità e di intrighi.[6] Pochi mesi dopo, nel gennaio del 1646, Francesco Maria Pallavicini si trasferì a Parma, « partiale di quell’altezza », come era a tutti noto, ma, insinuava Giannettino, « etiam in pregiuditio della Francia, della quale dice horamai d’essere guarito, già divenuto favola di tutti per le sue sciocche ambitiose chimere ».[7] Chimere che Giannettino si era affrettato a riferire al cardinale, mettendoci probabilmente un po’ del suo:

« Havendomi Sua Maestà honorato di scrivermi una lettera toccante li spropositi et pazzie di Francesco Maria Pallavicini, et il merito del signor d’Amontot benissimo noto, sarrei quasi obligato di ripeterne a Vostra Eminenza buona parte, come per verità degni di risentita e publica mortificatione, ma sapendo che ne ha havuto informatione, uno dirlene, se non due o tre, delli quali se ben temerarii, non pottrà contenere le risa: più volte in numerosissime radunanze della nostra nobiltà ha detto d’havere veduta la Maestà della Regina Nostra Signora ignuda, et d’havere havuto l’honore di darle per tre volte la camiscia, ch’era arrivato a tal stretta confidenza con Vostra Eminenza che per non privarsi di lui lo faceva quasi giornalmente restare a desinare seco, dove non erano ammessi che li prencipi del sangue, et che il signor duca d’Enghien l’haveva richiesto per andare a comandare giuntamente seco le truppe in Alemagna. Se queste iatanze sì sfacciate bastano per cannonizzarlo pazzo, il di più che ha detto poi in pregiuditio della Corona et della Francia, chiamando tutti li Francesi traditori, oltre di quanto ha pronontiato contro del signor d’Amontot, lo fanno reo d’ogni castigo, come doverà havere, perchè non si continui a dire in questa nostra città che chi fa spreggio alla Francia ne riceve meglio di quelli che ben la servono ».[8]

Nonostante tutto, Francesco Maria Pallavicini continuò a lavorare per la Francia e a ricevere da quel governo una pensione.[9] Nel marzo del ‘48 partì per la Francia dopo aver fatto « una gran lega » con il conte Francesco de Bonsi – un altro pretendente alla residenza di Genova di cui tornerò a parlare – « con fama », commentava Giannettino, « di essere stato chiamato per occasione d’impiego, se bene altri dice, (et è più probabile) per non havere havuto pacienza che di costì le venghi rimessa la pensione ».[10] A Parigi Francesco Maria rimase pochi mesi, e non pare che sia riuscito ad ottenere gran che. In compenso fece di tutto per ostacolare la missione del fratello Gio Battista, inviato a Parigi dalla Repubblica di Genova in qualità di residente.[11]

« Le dirò », scriveva Gio Battista alla Repubblica descrivendo il suo primo incontro con il cardinale, « come entrando nel gabinetto di Sua Eminenza, la prima parolla che mi disse fu: “Signore, il signor suo fratello fa qua tanto rumore contro di lui che è una cosa indicibile, parla a questo et a quello, mette mezzi per il Duca di Longavilla, Milliaré, dame per la Regina, et infine ci dà un fastidio il più grande al mondo” e poi mi soggionse: “Questo però poco ci importarebbe, ma bisogna vedere di cercar forma che il Re v’habbia la sua riputatione” [...] le risposi che mi pareva strano che la passione sregolata d’un huomo potesse haver forza appresso di Re che portava il nome di Giusto, e d’un ministro tanto retto come Sua Eminenza, di fare non fusse riconosciuta una persona che [assicurava] non haver mai operato cos’alcuna in diservitio di Sua Maestà [...]. Al che lui mi soggionse che non era mio fratello semplicemente che havesse operato questo, poichè non curavano i suoi detti, ma che erano ancora in conformità di ciò state scritte lettere più d’una da Roma e da Genova, che nientedimeno al presente Sua Maestà restava sodisfattissima di me, come anch’essa Sua Eminenza, e che mi conoscevano non d’altri sensi che di buon republichista, e che più me d’ogni altro desideravano in questa corte in servitio delle Vostre Signorie Serenissime [...]. Il fatto sta, Signori Serenissimi, ch’io sarei stato ricevuto già un mese, e prima ancora, se non fussero state le oppositioni di mio fratello, le quali non havevano forza di prohibirmi l’accettatione, ma dilatarmela qualche giorno, tanto che lui di qui fusse partito, potendo essere che il signor Cardinale habbi avuto sentimento di non darle così gran disgusto presente lui, come egli publicava di havere dalla mia accettatione, dicendo per detto dell’Ondedei, che Vostre Signorie Serenissime non parlavano più di questo affare, e che questo era mio interesse, tanto più che le venne caldamente raccomandato dal fu signor cardinale di S. Cecilia. Io però sapevo tutto ciò che diceva, poichè parendo di questo male a tutta la corte, prima il signor di Lione, al quale lui ricorriva, ridendosi di questa sua passione mi riferiva quanto esso le confidava, et anco il signor maresciallo d’Etrè, il signor di Coure, primo gentilhuomo della camera e molti signori principali della corte m’han parlato di questo affare malissimo […]. Ma tornando al fatto, mio fratello non è stato cagione lui principale della prima mia esclusione, poichè il principio ha havuto moto da Gioannettino Giustiniano,[12] come Vostre Signorie Serenissime ben sanno, e l’oppositioni di Roma son state del cardinale Grimaldo a favore del Gioannetino Giustiniano, et anco dell’abbate Costa, fratello del Benedetto che io feci far prigione d’ordine di Vostre Signorie Serenissime, il quale di costì passò per Francia quando io ero prigione, e qui ha portati gl’istessi concetti per parte del signor cardinale Francesco non so se per conto del fratello contro del quale feci l’essecutione o vero per favorire il detto Gioannettino Giustiniani, certo è ch’io, conosciuto il ponto, non posso lamentarmi della corte, e da quello che ho veduto in appresso il signor Cardinale, et altri ministri, sentite le mie ragioni, hanno havuta inclinatione per me, ben è vero che il fracasso di mio fratello ha dilongata l’essecutione ».[13]

Gio Batta Pallavicini aveva lasciato Genova a marzo ma era stato costretto a fermarsi a Lione diversi mesi poiché non bene accetto [14] e riuscì a farsi ricevere dal Mazzarino solo a luglio. È probabile che Mazzarino abbia voluto, con l’iniziale rifiuto di Gio Batta, far scontare alla Repubblica anche le difficoltà che erano state opposte alla nomina di Giannettino quale residente francese a Genova.
Nonostante le difficoltà, Gio Battista rimase a Parigi fino all’autunno, quando fu richiamato in patria. Mentre Gio Battista era in viaggio, però, arrivò a Genova una lettera del Re contenente tali apprezzamenti per il suo operato che il governo decise di rinviarlo nuovamente a Corte. Giannettino, però, si era irritato moltissimo. Come si è visto anche con Francesco Maria Pallavicino, era interesse primario di chiunque aspirasse a un ruolo di mediatore tra i governi di Genova e di Parigi, screditare presso entrambi la figura degli agenti ufficiali della Repubblica in Francia.

« Essersi mossa la Republica a sì fatta deliberatione », scriveva Giannettino a Mazzarino, « sopra d’una lettera di Sua Maestà medesima (estorta conviene di credere dal suddetto personaggio) diretta alla Republica, nella quale ha fatto apparire che la Maestà Sua vedrebbe assai volontieri che rimanesse per di là a trattare li negotii publici, sì che quanto sii rimasto trasecolato lo consideri Vostra Eminenza. Haverei procurato copia della lettera, ma a cose sì fatte procedono qui con sì rigorosa secretezza, che guai a chi mostrasse d’haverne havuto sentore. Sono stato tenuto poco informato, et anche maligno, quando sono stato constretto di dire che gli era stato fatto intendere che potteva rittornarsene, perchè a Palazzo gli avisi erano diversi con l’autorità di lettera reale ».[15]

Sia Ondedei, sia Mazzarino assicurarono Giannettino di aver inviato la lettera per pura cortesia.[16] In effetti, quando Gio Battista Pallavicini si ripresentò alla Corte di Parigi nel gennaio del 1649, contrariamente alle sue aspettative, trovò di nuovo un’atmosfera ostile, che attribuì all’intervento di Giannettino.

« Già scrissi a Vostre Signorie Serenissime che il signor Conte di Brienna mi haveva come ringratiato della facilità da Vostre Signorie Serenissime concesse alle genti di Sua Maestà, e circa quella mi motivò l’Hondedei et il cardinale Mazzarini non per modo di querelle, ma più tosto per discorso, sono effeti delle infestate relationi che di costì vengono prodotte dal Giustiniani, quale le trasmete anco al Grimaldi, che seco di continuo corisponde, tenendolo in concetto di gran zelante della Corona. Io però faccio la mia parte, e procuro quando l’occasione se mi rapresenta appresso questi signori ministri di avertirli della passione altrui, e di far spicare la generosità di Vostre Signorie serenissime nell’opperare ».[17]

Come è noto, a dispetto degli sforzi di Giannettino Giustiniani e di suo fratello, Gio Battista Pallavicini riuscì infine ad esercitare con successo la sua missione e risiedette alla Corte di Parigi per circa dieci anni.[18]




paragrafo precedente * paragrafo successivo * inizio pagina


[1] AAE, CP, Gênes 4, cc. 21-23: « Supplico humilissimamente Vostra Eminenza di condonarmi nella mia Patria questa gloriosa invidia di che alcun gentilhuomo genovese non venga più di me premiato dalla Francia, mentre niuno l’ha servita come ho fatto io, che mille volte per suo rispetto ho havuto la morte ai fianchi, nè alcuno la servirà mai meglio di me, et restarebbe troppo pregiudicato il merito della mia servitù quando in altri le ricognitioni fossero maggiori. Il tutto però sottometto a suoi piedi, et mi basta d’haverla per padrone ».

[2] Francesco Maria Pallavicini di Stefano di Giacomo e di Maria Interiano di Francesco, ascritto nel Libro d’oro della Nobiltà nel 1630 a 23 anni (era nato quindi intorno al 1607), fratello di Gio Battista, che fu residente genovese in Francia nel 1648: Guelfi Camajani, p. 375. Francesco Maria era da sempre uomo dei Farnese e curava a Genova gli interessi del Duca di Parma. Tracce della sua attività in Genova nei primi anni Quaranta in ASG, AS, 1903-1915 e in ASP, CFE, Genova 141. Nell’estate del 1644 era a Parigi dove, in assenza di rappresentanti ufficiali del Duca aveva preso l’iniziativa di tentare un riavvicinamento tra Odoardo Farnese e Mazzarino, ma era stato subito sconfessato dal suo padrone (ASVe, DAS, Francia 101, c. 224, Battista Nani, 5 luglio 1644; cfr. Costantini 1998, pp. 60-61 in nota, per l’avversione del duca Odoardo per Mazzarino, e pp. 69-71 per l’attività di Francesco Maria quale agente del Farnese a Genova durante la guerra di Castro).

[3] AAE, CP, Gênes 4, cc. 299-303, 13 aprile 1645.

[4] Augustin Potier, vescovo di Beauvais dal 1617 al 1650, rivale di Mazzarino.

[5] AAE, CP, Gênes 4, cc. 354-358, Francesco Maria Pallavicini a Mazzarino, Genova, 19 giugno 1645; cfr. ivi, cc. 369-372, Genova, 3 luglio 1645 e cc. 386-394, Genova, 24 giugno 1645.

[6] Vedi di Francesco Maria Pallavicini oltre quelle citate, quella del 28 agosto 1645 in AAE, CP, Gênes 4, cc. 412-424.

[7] AAE, CP, Gênes 5, cc. 2-5, 2 gennaio 1646.

[8] AAE, CP, Gênes, 4, cc. 402-405, 31 luglio 1645.

[9] Nel maggio 1647 Francesco Maria era a Genova e ospitò il marchese di Fontaney nella sua casa (AAE, CP, Gênes 6, cc. 257-261, 7 maggio 1647).

[10] AAE, CP, Gênes 6, cc. 545-547, 14 marzo 1648.

[11] Cfr. Argegni, vol.II, p. 387; ASG, AS, 1905, 23 novembre 1648 e 4 gennaio 1650.

[12] Il 5 marzo 1648 Giannettino aveva scritto a Mazzarino: « [la Republica] si è promessa che habbi ad essere ben ricevuto et accettato un gentilhuomo che invia costì ressidente, al quale perché accetti di venirci ha passato cento doppie il mese di provisione e mille scudi d’oro d’aggiuto di costa pe il viaggio, quando quindeci altri hanno ricusato di venirci perché non le haveva voluto dare tanto salario, et lo fa incaminare quanto prima. Questi è Gio Batta Pallavicino, fratello del marchese Francesco Maria, qual però ha sempre fatta proffessione d’appassionato spagnolo, e se bene secondo che costì si procederà con rigore con il suddetto gentilhuomo qui piegherà la Republica a quel che si vorrà » (AAE, I, Gênes 6, cc. 532-535). Le istruzioni a Pallavicini sono conservate in ASG, I, 2708, Istruzione data dal Serenissimo Governo di Genova al magnifico Giobatta Pallavicino destinato alla Corte di Parigi (20 marzo 1648).

[13] ASG, AS, 2182, Gio Batta Pallavicino alla Repubblica di Genova, 12 ottobre 1648.

[14] Il cardinale avrebbe gradito come residente Niccolò Promontorio e aveva incaricato Giannettino di operare perchè questi fosse eletto. Cfr. AAE, CP, Gênes 6, cc. 472-475, 24 dicembre 1647, cc. 529-531 e cc. 548-549, rispettivamente 3 e 17 marzo 1648.

[15] AAE, CP, Gênes 7, cc. 236-238, 25 novembre 1648.

[16] Ricci, pp. 120-121, Ondedei a Giannettino, 8 dicembre 1648, e pp. 123-125, 26 dicembre 1648.

[17] ASG, AS, 2182, Gio Batta Pallavicino a Repubblica di Genova, 14 maggio 1649. Il 28 marzo Mazzarino aveva scritto alla Repubblica di Genova manifestando un'ottima disposizione verso Pallavicino: AAE, MD France, 265, cc. 112-113.

[18] Giambattista Pallavicino rimase a Parigi fino al 1659. Le sue lettere alla Repubblica sono conservate in ASG, AS, 2182-2187.




paragrafo precedente * paragrafo successivo * inizio pagina



Barbara Marinelli

Un corrispondente genovese di Mazzarino


*
Indice
Abbreviazioni
Criteri di edizione
Indice dei nomi
Opere citate
Genealogia


Giannettino Giustiniani
1a 1b 1c 1d 1e 1f 1g 1h 1i 1j 1k 1l 1m

APPENDICI

2. Il Ristretto

3 Le lettere
3a. Introduzione
3b. 1647-1654
3c. 1655-1656
3d. 1657-1660


*

HOME

*

quaderni.net

 
amministratore
Claudio Costantini
*
tecnico di gestione
Roberto Boca
*
consulenti
Oscar Itzcovich
Caterina Pozzo

*
quaderni.net@quaderni.net