Lo sbarco
(15 Agosto 1999, Pittsburgh)


Ancora non mi sono ripresa dal jet lag e dallo shock culturale, e da una serata a ballare il merengue e a discutere del senso della ricerca in letteratura con alcuni dottorandi sudamericani, ancora non so neppure da che parte sono girata, né ho del tutto realizzato cosa ci sono venuta a fare qui (un funzionario dell'immigrazione al controllo visti ha emesso un risolino sarcastico quando gli ho detto che avrei studiato letteratura italiana all'università di Pittsburgh, chiedendo perché non la studio in Italia… già, me lo sono chiesta anch'io), ancora sono stanca e stravolta e adrenalinica e dubbiosa e contenta, e malgrado tutto sono qui a scrivervi, a comunicare almeno una delle grandinate di emozioni, una delle prime embrioniche riflessioni. E dunque vi diletterò subito con un bell'aforisma: il pericolo maggiore dell'America è il suo fascino, e, in particolare, il modo in cui tratta i figli prediletti (naturali o adottivi che siano). Se ci penso è un po' ripugnante, ma nel momento in cui lo vivo non posso che essere blandita, lusingata e contenta di tutto ciò che l'università di Pittsburgh mi offre (chissà poi perché… forse varrebbe la pena di investigare questo perché). Insomma, qua si capisce meglio, con la chiarezza del chiaroscuro, che siamo tutti dei gran privilegiati, e senza con questo doversi cospargere il capo di cenere, è bene ricordarselo di tanto in tanto.
Non so perché sono qui, né come finirò, ma l'unica cosa che voglio è quella di non costruirmi addosso una torre d'avorio. Cosa che, sia chiaro, può accadere sia a chi lavora all'università, sia a chi lavora al mercato (ma ai primi accade più spesso).


Carola Frediani

Lettere pittsburghesi

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Indice
Prefazione

1. 2. 3. 4. 5. 6.
7. 8. 9.10. 11.
12. 13. 14. 15.
16. 17. 18. 19.
20. 21. 22. 23.
24. 25. 26. 27.
28. 29. 30. 31.



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