Ritorno in armi: 3a 3b 3c 3d 3e 3f 3g 3h 3i

L’accordo

L’accordo abbozzato a settembre ottenne ai primi di ottobre l’approvazione di Mazzarino e della Regina ma fu definitivamente e formalmente concluso solo in dicembre, dopo il ritorno di Arnauld da Firenze. In quei tre mesi tra ritardi, ambiguità, dilazioni, diffidenze reciproche si era riaffacciato più volte il pericolo di una rottura. Il Papa aveva ricevuto «con molto gusto» la lettera di sottomissione e di ringraziamento di Francesco, ma l’armata francese si era nel frattempo impadronita di Piombino e Innocenzo che «preme[va] grandemente ne gl’interessi del principe Lodovisio» dovette attendere «impatiente» fino a metà novembre i ringraziamenti della Corte di Francia per la reintegrazione dei Barberini. [1]
Da un punto di vista generale, che non era però quello che Innocenzo era portato a privilegiare , la presa di Piombino, come osservava Alvise Contarini era «di minor gelosia a questa parte che quello di Orbitello o quello del Ducato di Castro, sì per la maggior lontananza, sì anco perché essendo sul mare, non porterà seco l’obligo di dar passo e ripasso alli Spagnoli, come si fece ad Orbitello». Il danno era tutto «del Prencipe Ludovisio che vi tiene 40 mila scudi d’entrata».[2] Proprio sui danni derivanti al principe Ludovisi dall’azione francese puntava Grimaldi per strappare migliori condizioni in quel che restava da negoziare con il Papa: «tenendosi quest’interesse così sospeso», scriveva a Francesco Barberini, «facilitarà a ministri del Re le negotiationi et alla Casa di Vostra Eminenza la reintegratione d’ogni pregiuditio».[3] Ma naturalmente non era possibile maltrattare senza riguardi un nipote di papa e la cosa andava fatta con le dovute cautele.[4] Che l’impresa di Piombino fosse diretta contro il Papa e che la Francia avesse l’intento di “spogliare” il principe Ludovisi, scriveva Mazzarino a Maccarani, erano solo «concetti spagnoli» e il Principe stesso avrebbe dovuto riconoscere «quanto gli habbia giovato l’essersi Sua Santità messa in istato di haver credito et autorità con questa Corona, mentre il suo rispetto solo gli conserva il Principato e le rendite di esso». [5]
D’altra parte, se gli interessi del principe Ludovisi erano un’arma di ricatto nelle mani di Mazzarino, quelli dei Barberini lo erano - anche se con minore efficacia, per il minor interesse che vi aveva Mazzarino - nelle mani del Papa. In attesa dell’approvazione formale degli accordi da parte della Corte di Francia Innocenzo ne aveva prudentemente sospeso l’esecuzione. Arrivate poi le lettere di Francia, ma continuando le lungaggini (ora si aspettava che Antonio raggiungesse Avignone) il Papa si prese dell’altro tempo. Grimaldi, pur affermando di non aver ragione di credere che il Papa volesse rimangiarsi le promesse, cominciava a tradire qualche preoccupazione.[6] Finalmente Saint Nicolas rientrò da Firenze e una settimana più tardi Paolo Maccarani perfezionò l’accordo.[7] L’8 gennaio il Papa concedeva udienza ad Arnauld. E annotava:

«Parlato seco della Pace et dell’avantaggio de gl’heretici in pregiuditio della Religione catholica e della Chiesa. Incidentemente ci ha detto che il cardinale Barberino ci conserva sempre ogni maggiore veneratione, però che una volta li potremo far gratia di lasciarlo tornare a Roma».

Avevano parlato del prossimo ritorno a Roma come ambasciatore ordinario del marchese di Fontenay-Mareuil (che già vi era stato ai tempi della prima guerra di Castro), dell’occupazione di Piombino e Portolongone, della restituzione a Francesco e Antonio Barberini degli uffici della Cancelleria e del Camerlengato, di Beaupuis, “incidentemente” del Portogallo, e poi di un canonicato per Elpidio “de Benedictis”,[8] di Gueffier, del marchese Bentivoglio - Mazzarino evidentemente approfittava della situazione per sistemare i suoi agenti - e ancora d’altro. Infine era stato ammesso alla presenza del Papa anche Bidaud, che si apprestava a tornare in Francia:

«Si è licenziato da noi. Ci ha chiesto la benedittione. Gli abbiamo domandato se porta i nostri Brevi. Ha detto di haverli già mandati con la sua famiglia. Che passava per Avignone. Gl’habbiamo incaricato di assicurare i cardinali Barberini del nostro affetto».[9]

Ma nuovi problemi sorsero nell’interpretazione delle clausole previste e nella loro applicazione, mentre continuava l’occupazione di Piombino.[10] Era inteso che giunti ad Avignone i Barberini avrebbero riassunto le loro cariche, ma il Papa oppose la necessità che prima venissero a Roma per esercitarle di persona. Era inteso che, rientrati nelle grazie del Papa, i Barberini avrebbero riacquistato il diritto di nominare come supplenti in queste stesse cariche persone di loro gradimento e perciò nel febbraio del 1647 i cardinali Francesco e Antonio avevano designato rispettivamente nelle funzioni di Cancelliere e di Camerlengo i cardinali Spada e Rapaccioli, ma il Papa rifiutò la nomina.[11]
Ad una soluzione delle questioni tuttora pendenti ci si avviò solo nel maggio 1647, quando giunse a Roma Fontenay. Tra i compiti affidatigli c’era quello di strappare un cardinalato per Michele Mazzarino.[12] Alla fine si giunse a un’intesa: il principe Ludovisi, nonostante la sua confermata dipendenza dalla Spagna, sarebbe stato per quanto possibile risparmiato e indennizzato dai Francesi, i Barberini sarebbero stati reintegrati senza altre riserve e Michele Mazzarino avrebbe avuto la porpora. La nomina di Mazzarino tardò fino all’ottobre, ma in essa finalmente si intravvide, come il cardinale Grimaldi scriveva a Francesco Barberini, la «certa caparra» che in breve «tutti gli interessi della Casa dovessero prender migliore dispositione». [13]
Si poneva ora il problema del ritorno dei Barberini a Roma senza pericoli di rappresaglie. La morte del Principe Prefetto semplificò alquanto la questione dei conti della guerra di Castro, dato che su di lui si appuntavano i più gravi sospetti di illeciti arricchimenti.[14] Per quanto riguardava, poi, il rientro a Corte di Francesco, Grimaldi ne aveva scritto all’interessato fin dall’ottobre 1646:

«vorrei cominciar a far parola col Papa del ritorno di Vostra Eminenza in Roma e sento che molti sono della mia opinione; il signor cardinal Cecchino ha detto al Signor Parracciani che Vostra Eminenza sarà padrone della volontà del Papa vivendo solo secondo il suo solito; certo è che le cose di tutta la Casa hanno bisogno d’assistenza, né vedo chi altri possa per adesso assistervi».[15]

Antonio, da parte sua, era ben deciso a starsene in Francia. Il 29 marzo del ‘47 il Papa diede all’abate di Saint Nicolas il proprio assenso al rientro a Roma di Francesco e al tempo stesso accondiscese a che Antonio restasse a disposizione della Corte di Parigi.[16] Tra i seguaci dei Barberini, però, le opinioni non erano unanimi. Grimaldi insisteva perché Francesco affrettasse il ritorno.[17] Rapaccioli sulle prime era stato piuttosto contrario, ma poi anche lui si era convinto che «complirebbe molto agli interessi di Sua Eminenza e della Casa Barberina ch’egli armato di patienza e cola sua somma prudenza in pronto se ne ritornasse alle sue cariche et ad assistere da vicino e dove più bisogna a i suoi interessi et alla sua fazione». Alla fine però era stato di nuovo assalito dai dubbi: ne aveva parlato con il cardinale Facchinetti e «si trovammo alla fine ambedoi così intricati nel problema ch’Ella sa, che non sapessimo terminare che nella negativa».[18] E prudenza (ché di coraggio Francesco ne aveva dimostrato fin troppo) consigliava anche Bernardino Spada, ufficialmente per ragioni di salute: «Il correre la posta», scriveva, «e massime senza necessità, può essere che gusti e forsi che non nuoca a Vostra Eminenza, ma è certo che questa e simili spetie di ginnastica non lasciano senza apprehensione i suoi servitori». In Corte, aggiungeva, si faceva un gran parlare del prossimo arrivo di Francesco, ma quanto a lui, pur di saperlo al sicuro, era «assai portato ad aspettare».[19]
Alla fine del ‘47 Francesco si decise e, accompagnato dal nipote, l’abate Maffeo, si mise in viaggio. Fu un avvicinamento lentissimo scandito dagli impercettibili progressi dei negoziati, che tuttavia continuavano a Roma. A Genova Francesco si intrattenne per circa un mese, apparentemente “per affari privati”, in realtà d’ordine del Re, ossia di Mazzarino: come scriveva al segretario Tighetti, non doveva presentarsi «alla Corte prima che sia effettuata la gratia della reintegratione».[20] La partita col Papa continuava.
Se Francesco nel rientrare a Roma nutriva qualche timore, Innocenzo non era da meno. «Vedrete che Grimaldo lo consiglierà d’entrare con apparenze et ostentationi», disse preoccupatissimo al cardinale Spada: lui personalmente, assicurava, a Francesco voleva un gran bene, ma «bisogna anche considerare che siamo stati tocchi ne la riputatione de la nostra dignità e che siamo ulcerati e però non è bene darli certe sorte di occasioni». Al che Spada rispose che, per quel che lo conosceva, se il cardinale Barberini fosse stato libero di agire secondo le sue inclinazioni e il suo temperamento, sarebbe entrato «più presto di notte che di giorno e più incognito che accompagnato»: se fosse accaduto altrimenti, sarebbe stato per ordine del governo francese.[21] Niente di simile, però, ebbe a succedere. Il ritorno di Francesco a Roma fu molto discreto e il partito di Francia non celebrò alcun trionfo. C’era come un sentore di prossimo tradimento e divorzio. E Roma non mancò di avvertirlo.

«Questa occhiutissima Corte ha stabilito che la venuta di lui non è altro che la partenza di Francia, pensando di venire al conclave per la passata indispositione di Sua Santità et essendo quella risanata et egli gionto a Genova fu richiamato che tornasse in Francia dubitando li Francesi della sua fede benché tenghino per ostaggi tre suoi nepoti, due maschi et una femina, sendo eglino informatissimi della sua incostanza e che si pente di essersi dichiarato francese sendo tutte le sue resolutioni subitanee et a capriccio, tanto nel beneficare quanto nel maleficare et eglino in sua assenza godono tutte le commodità barberine in Roma.
Lunedì mattina il Papa tenne concistoro ove concorse tutta Roma per vedere il cardinal Francesco con la zazzera francese, che prima andava raso come un chierico dell’Oratorio[22]. Egli è rotto con la cognata la quale gli ha fatto sequestrare tutti li suoi effetti per la sua dote, onde già ha fatto scrivere per fare il partito a Genova. Non si chiama né anche ben sodisfatto del cardinal Grimaldi, il quale nella occasione dell’Almirante ha fatto spese da Re degli denari barberini, oltre haverlo obligato per molte somme in vigor della procura che tiene...»[23]




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[1] BAV, Barb. lat., 8723, cc. 146-148, 154, 155 e 165, rispettivamente 18 settembre, 15 e 22 ottobre, 19 novembre. Secondo Mazzarino il corriere straordinario che doveva portare al Papa i ringraziamenti del governo francese per un misterioso disguido aveva impiegato tre settimane a fare il percorso che l’ordinario copriva in quindici giorni; epperò, aggiungeva Mazzarino, «Sua Santità creda che questa negligenza non proced[e] da noi» (BAV, Arch. Barb., Indice IV, 223, Mazzarino a Maccarani, 30 novembre 1646). Sull’impresa di Piombino vedi (tra gli altri) Cappelletti pp. 338-341.

[2] ASVe, DAS, Roma 124, cc. 174-175, 29 settembre 1646. Sui danni per Ludovisi cfr. ivi, cc. 196-197, 6 ottobre e soprattutto c. 211, 27 ottobre 1646: «Il Prencipe Ludovisio, oltre la fortezza di Piombino ha perduto nell’isola dell’Elba da 40 mila scudi di ferramenta di sua ragione, venduti dalli Francesi a mercanti di Genova. Godono d’inferirli questi danni per la partialità e dipendenza tanto grande che professa da Spagnoli e per haver fatto arrestare la galea francese che diede in terra in quel suo Principato non havendola voluta per qualsivoglia instanza rilasciare».

[3] BAV, Barb.lat., 8723, c. 154r, 15 ottobre 1646.

[4] Giannettino Giustiniani la pensava come Grimaldi, ma Mazzarino, con lui, di cui certamente non faceva gran conto, mostrava di scandalizzarsi di una simile ipotesi: «Mi par gran cosa», gli scriveva il 9 novembre, «che V. S. creda che si deva trattar della sorta un nipote del Papa»: Mazzarino (Ricci), p. 54. Sull’atteggiamento (apparentemente) più morbido di Mazzarino in questi mesi vedi Pastor, XIV, I, pp. 48-49, che si rifà a Coville, pp. 149 sgg.

[5] BAV, Arch. Barb., Indice IV, 223, Mazzarino a Maccarani, 30 novembre 1646. Che Ludovisi potesse continuare a godere le rendite del suo Stato naturalmente non era vero: per farlo avrebbe dovuto staccarsi dalla Spagna e avvicinarsi alla Francia. «Il Re vuole che il Prencipe Ludovisio goda le rendite di quello Stato», tornava a scrivere Mazzarino a Maccarani il 25 gennaio 1647, «e in questa conformità si è sempre scritto a quei comandanti e si è loro espressamente vietato di non toccare il ferro né altra cosa spettante al Prencipe», ma, aggiungeva, «hora si contenti V. S. ch’io dica liberamente che a nessuno si può attribuire maggior colpa dei danni c’ha potuto ricevere il Prencipe, che al Prencipe medesimo, perché s’egli havesse accettata la gratia che gli ha fatta il Re e ne havesse reso gratie a Sua Maestà et havesse mandati i suoi ministri a pigliarsi pensiero delle sue cose, tutte sarebbero caminate con ordine; ma non voler far caso di quello che il Re si compiace di far per lui e volere tuttavia affettare la partialità spagnola e nello stesso tempo pretendere che i soldati medesimi habbiano da haver cura del suo ferro e delle sue rendite questa è cosa che non hanno forse saputo intendere quei Capi o non hanno creduto che la clemenza del Re arrivi a questo punto...». Cfr. Mazzarino (Chéruel), II, pp. 848, 854.

[6] BAV, Barb.lat., 8723, c. 163, 5 novembre, c. 168, 3 dicembre e c. 170, 10 dicembre 1646.

[7] ASVe, DAS, Roma 124, c. 279, 15 dicembre 1646. Cfr. BAV, Chig., O.I.7, c. 557, Contenuto dell’aggiustamento de Signori Barberini, 1646.

[8] Su Elpidio Benedetti vedi A.Merola in DBI, che ricorda come amasse far presumere di sé più di quanto i servigi che rendeva a Mazzarino giustificassero. Anche in queste circostanze ebbe modo di far malestri. «Io ho tenuto sempre il Signor Elpidio nostro per huomo di poca levatura e di minor prudenza», scriveva a Francesco Barberini il suo segretario Nicolò Tighetti nel novembre del 1646, «ma ogni giorno più si mostra molto più scarso dell’una e dell’altra di quel che io presupponevo». Sul ritorno di Francesco a Roma «proruppe impertinentemente in parole di poco concetto e molto sprezzo di Vostra Eminenza». Anche Agapito Colorsi, altro segretario di Francesco, giudicava di «poca reputazione [...] et al Signor cardinal Mazzarino et a Vostra Eminenza che quest’huomo parli di tal maniera non sapendo ogn’uno ch’egli serve solamente per comprar quadri e studioli per Sua Eminenza» (BAV, Arch. Barb., Indice IV, 222, Nicolò Tighetti a Francesco Barberini, 18 novembre 1646).

[9] BAV, Arch. Barb., Indice IV, 223, Abbate di S.Nicolas. Martedì 8 Gen.° 1647. Cfr. la relazione dell’udienza in Arnauld, IV, 1748, pp. 241-267, Roma, 9 gennaio 1647. Parlando dei Barberini Innocenzo si era improvvisamente infuriato, asserendo tra l’altro che aveva promesso di far avere loro gli emolumenti delle cariche di cui erano titolari ma non di riammetterli nelle relative funzioni. Cancelleria e Camerlengato, aveva detto, devono essere in mani fidate. È vero, però, che alla fine aveva avuto per il cardinale Barberini parole affettuose, addirittura commosse: «plus on traite avec lui», commentava Arnauld, «et plus sa maniere paroît incompréhensible».

[10] Paolo Maccarani aveva proposto a Mazzarino, probabilmente su suggerimento di Innocenzo, che per eliminare ogni superstite malinteso tra la Francia e il Papa (e soprattutto il sospetto che l’accordo raggiunto fosse frutto di ricatto), Piombino e Portolongone fossero consegnati al Papa, principe neutrale. Mazzarino naturalmente rispose picche: il Papa, che era informato dei negoziati di Munster, sapeva bene quali fossero i disegni del Re circa quelle piazze e il Re non vi avrebbe rinunciato per così poco. «Quanto poi a quello che V. S. dice che questo espediente sarebbe stato grato a’ Prencipi italiani, voglio che per questa volta Ella si contenti di credermi che piglia errore, perché il desiderio de’ Prencipi disappassionati d’Italia non è diverso addesso da quello che hebbero altre volte circa Pinerolo, acciò questa Corona habbia modo da portar le sue armi anco per mare in Italia per mantenere e conservare con maggior facilità il dominio e la libertà a i Prencipi di essa»: BAV, Arch. Barb., Indice IV, 223, Particola di lettera del card. Mazzarino a Paolo Maccarano in proposito di Piombino, Parigi, 8 febbraio 1647; regesto della lettera in Mazzarino (Chéruel).

[11] ASVe, DAS, Roma 124, cc. 328-330, 12 gennaio e c. 406, 23 febbraio 1647.

[12] Un attento resoconto della missione in Fontenay, II, 323 sgg. Diverse lettere di questo periodo inviate dal marchese di Fontenay ai Barberini (per altro di non grande interesse) in BAV, Barb.lat., 7981.

[13] BAV, Barb.lat., 8723, c. 234, Girolamo Grimaldi a Francesco Barberini, 23 ottobre 1647. Che Mazzarino fosse davvero interessato alla promozione del fratello è in sostanza negato da Siri, Mercurio, X, 1668, pp. 428-446 (e prima: V, 1655, I, p. 348), mentre Fontenay, II, specialmente pp. 342-346 insiste sulla doppiezza del cardinale, che dopo averlo sollecitato ripetutamente a promuovere l’affare gli scriveva di disapprovare «qu’on oubliast toutes les autres affaires pour celle de mon frere». Puntare solo su Michele, scriveva Mazzarino, significava che, nella promozione, gli Spagnoli, per compenso, avrebbero avuto uno spagnolo e i Francesi un italiano. «Mais pour faire voir l’esprit du cardinal Mazarin», aggiunge Fontenay, «et le desavantage qu’il y a de servir sous de gens de son humeur, au mesme temps qu’il escrivoit tout cela au marquis de Fontenay, il mandoit tout le contraire au Signor Paul Macarani qui estoit fort de ses amis et assès bien avec le Pape, l’assurant que sy on faisoit l’archevesque d’Aix cardinal [...] il en seroit bien plus obligé que de toute autre façon que ce fust [...]. Ce qu’il ne pouvoit avoir fait sinon afin que, quand le marquis de Fontenay iroit à l’audience et feroit toutes les difficultés qu’on luy mandoit, le Pape, qui auroit veu l’intention du cardinal Mazarin par ses propres lettres, s’en mocquast...». Salvo poi, nell’imminenza della promozione di Michele, che avrebbe comportato un forte rinvio della prevista “promozione dei Principi”, «ordonner a M. de Brienne, Secretaire d’Estat, nonobstant tout ce qu’il avoit mandé au Pape par Paul Macarani, d’escrire au marquis de Fontenay que le Roy, bien loin de se louer de tout ce qu’il avoit fait, s’en plaignoit extremement, tant à cause que c’estoit laisser en arriere les interests de la France et de M. le Prince, qui vouloit que son frere [il principe di Conti] fust cardinal, et ceux du Roy de Poulogne, auquel on estoit sy obligé qu’il ne falloit pas les abandonner...». Queste ultime lettere, però, affidate (ancora una volta!) a un corriere speciale, giunsero a Roma molto in ritardo, alla fine di ottobre, dopo le precedenti che, spedite per corriere ordinario, portavano tutto il contrario; giunsero cioè a promozione fatta. Sulle trattative dell’estate del 1647, Siri, Mercurio, X, 1668, pp. 428-447; la promozione, scrive Siri (p. 447) fruttò a Papa Innocenzo «parecchi[e] migliai[a] di scudi che in certa maniera patteggiò di serbarsi di quelli di già raccolti dalla multa de’ Barberini, in che il cardinale Francesco diede nuovo saggio della sua generosità e senno con la profferta che ne fece ad Innocentio se per retributione voleva ornare della porpora cardinalitia il Padre Mazzarini, discorrendo nel privato suo conseglio che [in tal modo] si disdossasse egli della maggior parte dell’obligatione ch’era tenuto di professare al cardinale Mazzarini». Biglietti di congratulazione di Francesco Barberini per la promozione di Michele Mazzarino a Paolo Maccarani, a Pietro Mazzarino e a Pier Antonio Muti, tutti del 25 ottobre 1647, in BAV, Barb.lat. 9897, cc. 102-110. Non ho avuto ancora purtroppo l’opportunità di vedere Pierre Linage de Vauciennes, Relation des negociations qui se sont faites à la Cour de Rome pour la promotion au cardinalat des sujets proposez par la France depuis 1644 jusqu'en 1654, Paris, D.Thierry, 1676.

[14] Rapaccioli nell’udienza del 25 settembre 1646 aveva affrontato con il Papa anche questo problema: «L’ultimo punto è stato il parlar di contanti, che pur supponeva fossero o pochi o assai nella Casa. Si è sopra di ciò detto tanto che Sua Santità ha conceduto tutto quanto a Vostra Eminenza et al Signor cardinal Antonio, ma quanto al Signor Prefetto ha fatto stentare un poco più. Gli sono state però replicate molte cose per le quali ha finalmente detto che Sua Eccellenza havrà pressura di molti anni per la compra di Montelibretti, sopra la quale si è discorso e si è appagata delle ragioni che mossero la Casa a farla come la fecero e nel tempo che la fecero» (BAV, Barb.lat., 8746, c. 26r). Grimaldi con il Papa a questo proposito aveva parlato addirittura di povertà: «fu per gettar i fondamenti all’istanza della restitutione intiera del denaro preso [.. ] e parmi che Sua Santità restasse assai convinto sopra il punto della povertà della Casa» (BAV, Barb.lat., 8723, c. 166v, 26 novembre 1645). Taddeo aveva acquistato dagli Orsini Montelibretti destinato in dote a Lucrezia in vista del ventilato matrimonio con Camillo Panfili. L’acquisto era stato suggerito da Francesco, e, come Anna Colonna lamentava con il figlio Carlo, era stato «lo primo spiantamento della vostra Casa» (ma vedi più in generale le espressioni del risentimento di Anna per la rovina della Casa nelle lettere al figlio Carlo riportate in Pecchiai, Barberini, pp. 182-186; sui conflitti familiari vedi ora Feci, pp. 202-207). Cfr. BAV, Arch.Barb., Indice II, 2638, Molestie sopra lo Stato di Monte Libretto. Carte relative a Montelibretti in BAV, Barb.lat., 9912B. Frequenti accenni alla questione di Montelibretti, ai negoziati con gli Orsini, alle vendite di altri possedimenti dei Barberini e ai mutui da loro contratti per pagare il prezzo pattuito, ecc. nella corrispondenza dei Barberini, in particolare: BAV, Barb.lat., 8680, Lettere di Alessandro Bichi, cc. 145, 163-167, 175 (1646-1647); BAV, Barb.lat., 8723, Lettere di Girolamo Grimaldi, c. 6, 58 (accordo con il duca di Sangemini, fratello del duca di Bracciano, circa il pagamento del debito restante per Montelibretti, febbraio 1646), 184 («non resta da far altro per adesso che prepararsi al paghamento, come si va facendo»: 7 gennaio 1647), 186-187 («ho detto al D. Parracciani quanto passa circa l’agiustamento, ciò è che i Signori Orsini intendono di farlo solo quanto alla forma del paghamento, non volendo metter in dubio il prezzo dichiarato dal Vannini et il Signor Prefetto non vuol si facci attione alcuna che gli tolga di poter tentar la revisione del contratto. Si va facendo la provisione del denaro per paghare e si trova più facilmente che non credevo al 5 per cento. Solo mi dispiace di veder che la Casa si carricha di troppo grave debito»: 14 gennaio 1647), 193 («potiamo adesso riposar trattandosi la forma del paghamento amichevolmente e restano le raggioni illese per poter sempre mover pratiche per redimersi da pregiudicii della stima per via di giustitia e di trattato»: 3 marzo 1647), 221v. («Il Signor principe Ferdinando Orsino mi scrive dolendosi aspramente del trattar di mons. Marcellino che lo tratiene in ciarle senza adempir il paghamento concertato nell’accordo et il Signor Filippo Valenti che ha fatto l’obligo vi anderà di mezo se Vostra Eminenza o vero il Signor Prefetto non mandano ordini precisi»: 26 agosto 1647). Degli aspetti finanziari della cosa si occupò tra gli altri a Genova il cardinale Durazzo: BAV, Barb. lat., 8711, Lettere di Stefano Durazzo, cc. 128, 130, 142, 149 ecc. (1648 sgg.). Gli aspetti legali furono curati da Raffaele Della Torre di cui in BAV, Barb. lat., 10036, c. 234, è conservata la lettera del 12 settembre 1652 che accompagnava «la scrittura da lui fatta intorno la sentenza rotale nella causa di Monte Libretti». Vi si legge tra l’altro: «Alligato ne viene ciò che mi è occorso per dispositione legale intorno alla caosa di Monte Libretto in essecutione dell’ordine havutone per mezzo del Signor Abbate Gio Antonio [Costa] et mi sono lasciato condurre volontieri in darle altra direttione da quella della decision rotale sì per non haver io che aggiongere alla dottrina di un tanto Tribunale, come per desiderio di provedere più pienamente, per quanto possa derivare dalla povertà del mio ingegno, alla indennità dell’Eccellentissima Casa di Vostra Eminenza. La maggior difficoltà del nostro mestier legale è riposta in non poter confidarsi sopra le propositioni universali, le quali, là dove nelle altre scienze contengono la verità, nella nostra vi è assioma, anzi oracolo, esser pericolose, onde l’aggirarsi fra particolari singolareggiati per lo più da circonstanze minutissime e poco avertite confondono ogni più fondata universalità. I miei sensi intorno alli particolari della caosa sudetta vengono espressi nello scritto, ma non già le brame di veder la Casa e persona di Vostra Eminenza restituita nel posto dovutole per tanti titoli in cotesta Corte».

[15] BAV, Barb.lat., 8723, c. 156

[16] BAV, Barb.lat., 8723, c. 203.

[17] BAV, Barb.lat., 8723, c. 204, 211, 238-239, 242-243 rispettivamente del 18 marzo, 14 aprile, 26 dicembre 1647 e del 13 gennaio 1648.

[18] BAV, Barb.lat., 8746, cc. 34 e 40, Rapaccioli a Tighetti, 20 aprile e 12 luglio 1647.

[19] ASV, Fondo Spada, 22, c. 147, 7 agosto 1647. Cfr. la corrispondenza intercorsa in questi mesi (e specialmente nel dicembre 1647, quando, per una pericolosa ritenzione d’urina Innocenzo X parve in pericolo di vita, tanto che Fontenay sollecitò Francesco perché almeno si avvicinasse all’Italia: BAV, Barb. lat. 7981, 2 e 9 dicembre 1647) tra Francesco Barberini e i suoi segretari, Nicolò Tighetti e Agapito Colorsi, in BAV, Arch. Barb., Indice IV, 222.

[20] BAV, Arch. Barb., Indice IV, 222, Francesco Barberini a Nicolò Tighetti, 27 gennaio 1648. Segnalazioni del passaggio (o piuttosto del soggiorno) di Francesco a Genova in AAE, CP, Gênes 5, c. 501, Genova, 5 gennaio e, ivi, Gênes 6 cc. 496-499, 21 gennaio 1648. BAV, Barb. lat., 8723, Girolamo Grimaldi, cc. 244-245, 3 e 10 febbraio 1648. BAV, Barb. lat. 8701, Girolamo Colonna, 18 febbraio 1648. Il 29 febbraio 1648 mentre Francesco era in viaggio, gli scriveva da Genova Bartolomeo Lomellini che immaginava fosse già arrivato a Roma accompagnando un invio di innesti per pere: BAV, Barb. lat., 10038, c. 167.

[21] ASV, Fondo Spada, 22, c. 160.

[22] Il nuovo aspetto del Cardinal Barberini non era però del tutto sconosciuto ai Romani. Nell’ottobre del 1646 Ameyden annotava: «È venuto a Roma il ritratto del Cardinale Barberino in stampa che si vende per le botteghe con li mostacci, zazzera e collarone alla francese…» (BCR, ms. 1832, c. 259).

[23] Ameyden, Diario, BCR, ms. 1833, cc. 29-30. «Viene con titolo di Tesoriere Generale del Christianissimo in Italia», aveva annotato la settimana precedente; «si va credendo che sarà una tesoreria molto dispendiosa per lui...».


Claudio Costantini

Fazione Urbana

*

Indice
Premessa
Indice dei nomi
Criteri di trascrizione
Abbreviazioni
Opere citate
Incipit

Fine di pontificato
1a 1b 1c 1d 1e 1f 1g 1h 1i 1l 1m

Caduta e fuga
2a 2b 2c 2d 2e 2f 2g 2h

Ritorno in armi
3a 3b 3c 3d 3e 3f 3g 3h 3i

APPENDICI

1

Guerre di scrittura
indici

Opposte propagande
a1 a2 a3 a4 a5 a6 a7
Micanzio
b1 b2 b3 b4 b5
Vittorino Siri
c1 c2 c3 c4

2
Scritture di conclave
indici

Il maggior negotio...
d1 d2 d3 d4 d5 d6 d7
Scrittori di stadere
e1 e2 e3
A colpi di conclavi
f1 f2 f3 f4 f5 f6

3
La giusta statera
indici

Un'impudente satira
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L'edizione di Amsterdam
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Cantiere Urbano
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