Vittorio Siri storico e spione: c1 c2 c3 c4

Don Venturino

«Scritta quest’opera a suo modo, Francesco Picenini libraro si prese l’assunto di farla esso occultamente stampare da un suo fratello, persona assai destra per simili intraprese. La qual cosa penetrata, per mezo del medesimo Francesco, da un litterato istorico che fingeva l’amico del Pallavicino, e viveva in queste pratiche di spia de’ ministri de’ Principi, e l’haveva veduto continuare, egli l’accusò all’Arcivescovo Vitelli allora Nunzio Apostolico in Venezia nell’atto istesso che si finiva di stampare; e nel medesimo tempo avvertì ancora Francesco (quasi in termine di grandissima amicizia e confidenza) del pericolo che correva perché lasciasse a lui questi libri, contandogliene ottanta dobble, che gliene fruttarono grandissima usura nella pubblica mercatanzia ch’egli ne fece, che in quei principii vendevano fino a quattro scudi l’uno simili volumetti del valsente di dodici soldi».[1]
L’opera era il Corriero svaligiato. Il “litterato istorico” era Vittorio Siri – noto anche come don Venturino o don Venturini [2] – che, come ho accennato altrove, denunciando Ferrante si guadagnò definitivamente la fiducia di mons. Vitelli, a cui prestava da tempo ambigui servizi.[3].
Vitelli era comprensibilmente assai soddisfatto del suo confidente: «Li libri me gli ha fatti havere con gran diligenza il Padre Venturini e veramente non si poteva portar meglio», scriveva a Francesco Barberini dopo l’arresto di Ferrante e il sequestro del Corriero. «Tuttavia si porta bene», confermava in novembre. Il nunzio contava di «tenersi amico questo Padre, perché», scriveva, «da lui si haveranno de buoni servitii»; «per mezzo suo sapremo molte cose».[4] Perfettamente a suo agio nel mondo dell’editoria, ben introdotto nel patriziato veneto, conosciuto e apprezzato nelle Corti di Parma e di Parigi, dal momento in cui aveva ricevuto la qualifica di storiografo di Sua Maestà era ufficialmente annoverabile tra gli agenti francesi in Italia: di alcuni tra questi era intimo e aveva per diverse vie accesso a fonti riservate.[5] A leggere i dispacci di Vitelli si ha la sensazione che soprattutto a lui (e ad Aurelio Boccalini, ma in sott’ordine) il nunzio si affidasse per raccogliere informazioni in ambienti altrimenti inaccessibili.

«Quello che scrivo del Duca di Parma me l’ha detto il Padre Venturini et di haverlo sentito da Gaufrido segretario franzese appresso il Duca et suo molto favorito» (7 settembre 1641). «Della venuta del L’abbadin o altri, mandato dal Duca di Parma, me l’ha detto Don Venturino, che ha ciò sentito da senatori del governo che ve ne sia in Senato avviso; l’istesso senatore gli ha detto che il Senato non si vuole ingerire in questo affare di Castro, ma che starà a vedere» (14 settembre). «Il Padre Vetturino è Parmigiano et intrinsichissimo del Soranzo et d’altri Senatori qualificati et amici di Cutre, et sopra il tutto entrante et di spirito et in questo negotio con destrezza me ne servirò, spero, con buon profitto» (21 settembre). «Don Venturino Cassinese contratta continuamente con Cutre et va facendomi sapere quello che lui sente per lettere dal Duca» (28 settembre).[6] «Quanto scrivo delle lettere di Etré, Gaufrido, Cutre et Arcurt è tornato a dirmelo Don Venturino che ha viste le lettere che sono scritte a Brach segretario di Francia» (23 novembre). «Della gelosia della Republica de Franzesi se ne sentono e se ne vedono molte cose et Don Venturino che prattica intrinsecamente con la Nobiltà me l’ha confirmato et mi ha detto del pensiero di Francia di mandare, dice lui, un Gentilhuomo espresso, che glie l’ha detto il Soranzo […] Il Padre Boccalino servita mi ha detto quello scrivo del Conte Scotti et Don Venturino me l’ha confirmato, che l’uno e l’altro di loro trattano strettamente seco; il detto Soranzo hoggi consigliero ha detto a Don Venturino che la Republica non si moverà se non fornito tutto» (21 dicembre).[7]

Il Cardinale Barberini era assai meno propenso del nunzio a entusiasmarsi per Siri. Servizievole ma irrequieto, Siri era alla ricerca di una sistemazione adeguata alla sua vocazione di storico e di scrittore politico che, cioè, lo sollevasse almeno dagli obblighi più fastidiosi della disciplina monastica.

«Desiderarebbe un titolo abatiale», scriveva Vitelli il 28 settembre, all’indomani, si può dire, dell’arresto di Ferrante, «per potere stare più segregato per attendere a suoi studii. Se l’autorità di Vostra Eminenza glielo potesse fare havere, crederei che fussimo per cavarne di molte cose rilevanti alla giornata».[8]

Era il prezzo per la consegna dell’amico. Ma persino in questa circostanza la gratitudine di Barberino si espresse con evidente freddezza:

«Ringratio il P.Venturino di quanto opera et il suo negotio per il titolo dell’abadia lo differisco alla prossima settimana informandomi di quanto sia solito nella Religione, dove son tenuti molto dannosi questi abati titolari».[9]

Siri, insisteva Vitelli, «si aiuta per meritare qualche avanzamento. Hora scrive un Mercurio di quest’anno, et mi promette di portar bene queste cose di Castro et le nostre».[10] Ma, per i gusti del cardinal Barberini, Siri si dava fin troppo da fare. «Si vede dove vanno a scappare questi ingegni svegliati», aveva scritto a Vitelli a proposito di Luigi Manzini, «et però», aveva aggiunto, istituendo un’imprevista ma significativa relazione tra i due, «il P. Venturino non si scordi della sua professione et delli studii più serii», ossia, come avrebbe specificato in altre lettere, a quelli di teologia e sacra scrittura. «Intanto io applico l’animo a vedere i servitii che io li possa fare, ma stimo che Vostra Signoria non li dica niente per non l’ingannare con parole, solo si compiaccia di ricordarmi il negotio».[11]

«Veramente il Padre Venturino merita qualche gratia», replicava Vitelli, «perché le sue vivezze non le applica a disonestà, ma allo studio di materie d’historie, et è intelligente anche nell’altre scienze, et universale, et di vita honesta intieramente, e quello desidera è solo per haver comodo di studiare, disobbligato dal coro e refettotio, et mostra buoni sentimenti conservati a quest’aria, che non è puoco. Se potessero questi Abbati di qua senz’altro li darebbero il titolo, et il Barbisoni lo desiderò al tempo del suo Presidentato. All’Abbate presente di S.Giorgio che è buon religioso e timorato di Dio, piacerebbe e perché possa attendere li va concedendo delle essentioni, in tanto, vedendolo applicatissimo. Mi dicono che vi sono alcuni Abbati, chiamati benedetti, che hanno in partibus titoli di Abatie e che stanno nella Religione come gli altri Monaci nel resto e che per Breve ve ne sono quattro o cinque in questo Stato, fatti ad instanza del Pesaro et d’altri. Qua egli è ben visto e prattica con Senatori grandi et fa de servitii e ne presenti affari fa il debito; li comunico la gratitudine di Vostra Eminenza». [12]

Ma Barberino resisteva:

“non vedo cammino per dichiarare abate Don Venturino nel modo da lui desiderato; gusterò se Vostra Signoria mi rappresentarà altro modo a suo favore et non lascio di pensarvi.[…] Il Padre farebbe bene a leggere di scrittura sacra o d’altra per una volta la settimana una lettione nel monasterio; a lui non li sarebbe difficile, li darebbe credito et li cagionarebbe molte esentioni nel monasterio».[13]

Vitelli apprezzava le doti di Siri, ma ancor più temeva di farselo nemico, massime in un ambiente come quello di Venezia. Di fronte alle reticenze del Cardinal Barberini, cominciò a insistere perché Siri venisse chiamato a Roma e lì ottenesse quei riconoscimenti che potessero appagarne le ambizioni.

«A Don Venturino vado persuadendo che fosse meglio per li suoi studii et per avanzarsi in posto d’esser libero da molte cose, di trasferirsi a Roma e mentre se li potesse trovare qualche impiego honorevole lo crederei anche il meglio, perché questa città ha una mistione di gente che fa facilmente quella corutione dell’ottimo et con qualche alletamento crederei che potesse riuscire. In tanto mi dice che effettivamente legge la teologia morali a monaci ancorché non habbia voluto titolo di lettore».[14]

Neanche questo suggerimento incontrò l’assenso del Cardinal Barberini, sempre più sospettoso: Siri, scriveva al nunzio, «per esser troppo vivo non si stima bene che venga in Roma. Più presto se li procureranno dell’esentioni essendo giunto nuovo a questi padri che egli faccia le lettioni al monasterio come Vostra Signoria scrive».[15] Vitelli tornò a formulare con più ampie argomentazioni e con qualche segno di impazienza, la sua proposta:

«Quando io scrissi a Vostra Eminenza di Don Venturino, che sarebbe bene di levarlo di qua e tirarlo in Roma non l’ho scritto a caso, perché crederei che facesse migliore riuscita. Sappia Vostra Eminenza che lui è dichiarato historiografo del Re Christianissimo con provisione di 300 scudi l’anno et ne ha la sua speditione, ma perché la provisione non li viene pagata non mi pare di vedere che lui vi faccia fondamento, ma che più presto aplichi qua dove viene stimolato da diversi Senatori e particolarmente dal Cavalier Soranzo et Cavalier Coraro stato ambasciatore in Francia et al presente nell’attuale governo e credo che lo vadino allettando con la successione della carica dell’Olmo o vero di fra Fulgentio servita, se bene quest’ultimo crederei che difficilmente potesse succedergli per essere giovine, et io, che conosco la vivezza del suo cervello, non lo vorrei qua perché seben è buon religioso ne costumi, è libero di lingua e non ha tutta la prudenza del mondo, seben è giovine; credevo però ben fatto di metterselo sotto gli occhii e di non gettarselo e di levarli l’occasione di dare a traverso et che paia che questa Religione somministri successivamente religiosi poco amorevoli di Roma; questo dunque è stato il mio fine e non so vedere che le sue vivezze in Roma possino pregiudicare come qua et certo crederei che si rimettesse totalmente al cammino che si volesse».[16]

Ma Barberino continuava a esser poco convinto della possibilità di controllare efficacemente Vittorio Siri e, dunque, dell’opportunità di annoverarlo stabilmente tra i suoi:

«Stante la vivezza del Padre Don Venturino», replicava a Vitelli, «venendo a Roma non potrebbe molto trattenervisi, onde non s’inoltrando nelle cose nostre potrebbe parerli di haver appreso tutto quando havesse visto la sola scorza et forse ne seguirebbe perciò che se non mali, almeno sodi et veri concetti non potrebbe fare delle cose nostre, onde ne procederebbe che egli in male forse se ne valesse. Intanto Vostra Signoria mi significherà in quali cose convenienti potesse egli esser trattenuto et considerato quanto rescrivo potrà significare il suo parere».[17]

Le cose si trascinarono così per mesi, con Vitelli sempre più ansioso di allontanare Siri  da Venezia [18] e Barberino sempre più diffidente nei suoi confronti e restio a concedergli alcunché.

«Non è buona la stanza di don Venturino a Roma et altrove io non so dove me lo applicare. Si può dubitare ch’egli habbia havuto ancora parte nella distesa o almeno revisione del Manifesto, non dico delle allegationi iuridiche. Tengo che si caveranno dal suo dire o cose di puoco costrutto o meramente aeree».[19]

Il Cardinale cominciava a sospettare che tanto Siri quanto Boccalini, sotto veste di informatori del nunzio, avessero in realtà agito e agissero d’intesa con i suoi avversari.[20] Nel trattare con entrambi raccomandava a Vitelli la massima prudenza, pur non escludendo ancora che, almeno per il Siri, si potesse alla fine trovare una soluzione «acciò non si precipiti».[21]
Nel luglio del ‘42 negli ambienti francesi (Brach a Venezia, Fontenay a Roma) si pensò a Siri per una missione da concordarsi con Barberino e – mi par di capire – in qualche modo connessa alle vicende di Parma, ma alla cui effettuazione finì col frapporsi la disgrazia in cui il Procuratore Generale dei Cassinesi era incorso presso il Farnese.[22] Nell’agosto o settembre del 1642, tra la conclusione della Lega e l’invasione dello Stato Pontificio da parte di Odoardo, Siri tornò a farsi vivo con Vitelli come portatore, a nome di autorevoli senatori veneziani, di un estremo tentativo di accordo fondato sull’ipotesi di un ingresso del Papa nella Lega. Per quello che ne so fu l’ultimo contatto tra Siri e Vitelli.

«Pare da considerare», scriveva Barberino a commento dell’iniziativa, «che il P. Venturino, del qual Ella, se non m’inganno, si serve in questo negotiato è dipendente per ragion della patria et per altro dal Sig. Duca di Parma et non meno da i franzesi tanto che è necessario Vostra Signoria v’apra ben gl’occhi della di lei avvedutezza, considerando con chi si tratta et per mezzo di chi si tratta».[23]

Barberino sospettava insomma una manovra diversiva: gli sembrava tra l’altro inverosimile che «senatori così qualificati per se stessi et certi ancora della mente del Senato», avessero fatto ricorso a un mediatore di modestissima levatura, quando avrebbero potuto agire sul nunzio direttamente o per il tramite, ben più autorevole, del Cardinale Cornaro.




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[1] Brusoni 1654. Armando Marchi (che, come Adorni-Mancini, p. 9, dubita, non so perché, anche della paternità dell’opera «generalmente attribuita al Brusoni sulla base della leggenda di una grande amicizia») giudica la Vita di Ferrante una «romanzata narrazione», (Marchi, Corriero, p. XXI) «ben poco attendibile» (Marchi, Ferrante, p. 7). A me non pare né romanzata né poco attendibile. Gli stessi documenti prodotti dal Marchi (e da Adorni-Mancini) non la smentiscono, mentre quelli studiati da Laura Coci la confermano in più luoghi; cfr. Coci, 1986, p. 323 («sicura autorevolezza della Vita brusoniana»), 1988, pp. 237-240 (sulla diversa attendibilità della Vita scritta da Brusoni e dell’Anima di Ferrante ispirata da Loredano) e 1992, p. XIX, n. 2. Anche la testimonianza di Brusoni sullo stupore mostrato da Ferrante nell’apprendere l’identità del suo delatore (pp. 20-21) ha tutta l’aria di essere autentica: «Dall’altra parte [Ferrante] era poi un buon amico e fedele, e d’animo schietto ed ingenuo e però facile ad essere ingannato e tradito. Onde mi ricordo che quando uscì di prigione in Venetia, essendogli stato raccontato il tradimento fattogli dall’accennato amico non poteva darselo ad intendere, e con molta balordaggine anzi che semplicità rispose: Come può esser questo se mi faceva l’amico e io gli communicava tutti i miei interessi? E appunto (gli fu risposto) chi vuole ingannare e tradire i galant’huomini tratta su quest’aria mentre Non è fiero Nemico/ Chi non sa far l’Amico». L’identità del delatore era dunque nota agli amici di Ferrante, che forse non furono estranei alla cacciata del Siri da Venezia. C’è da chiedersi però perché mai l’ Anima di Ferrante (I, pp. 115-118; II, pp. 69-70), anonima ma “sicura espressione” del pensiero (e della rabbia) di Loredano (Coci, 1987, p. 299), pur attaccando duramente Siri come storico prezzolato, doppiogiochista e spia, non alludesse alla sua mala azione nei confronti di Ferrante.

[2] Di Padre Venturino, si legge in Adorni-Mancini p. 29 n. 2, «non sono noti altri particolari». Per la verità, sull’identità di don Venturino – e sulla base dello stesso carteggio pubblicato in Adorni-Mancini – c’è poco da dubitare: cassinese, originario di Parma e legato a diversi personaggi di quella Corte, appassionato di storia ma «intelligente anche nell’altre scienze», tanto che, pur avendo rifiutato il titolo di lettore, a Venezia teneva dei corsi (di teologia morale, diceva Vitelli) ai confratelli, nel 1641 aveva preso a scrivere un Mercurio, che gli era valso il titolo di storico del Re Cristianissimo e la relativa pensione (vedi i dispacci di Vitelli che cito nel seguito di questa nota, in particolare quello del 5 ottobre 1641 in BAV, Barb.lat. 7720, c. 40v). Tutte cose che non solo coincidono con quanto si sa del Siri, ma permettono di escludere chiunque altro. Che Siri, laureato in teologia, fosse versato in diverse discipline, matematica compresa, è detto dallo stesso Siri nella sua Apologia al governo veneto (che per comodità indico con questo titolo, valendomi però della copia anepigrafa in ASP, EP, b. 15, 161, e sulla quale vedi Affò, V, p. 211-218 e Pezzana, VII, 798-799), ed è confermato da Affò, V, p. 205 e, sia pure, per la matematica, con qualche riserva, da Pezzana, VII, p. 797. Nei dispacci del nunzio, quando è nominato, Siri è indicato quasi sempre come don Venturino o don Venturini, ma in una lettera di Vitelli a Francesco Barberini – quella, appunto, del 21 settembre 1641 che annunciava l’azione contro Ferrante – e in un paio di lettere del Cardinale Barberini a Vitelli compare il suo vero nome, Vettorino, Vetturino, Vittorino (BAV, Barb.lat. 7720, c.25, 21 settembre 1641; Barb.lat. 7763, cc. 71r, 14 dicembre 1641; Barb.lat. 7766, c. 3r, 4 settembre 1642). Per quanto riguarda lo scambio Venturino/Vittorino, escludo che possa trattarsi di una copertura (che sarebbe, tra altro, risultata trasparentissima): ritengo piuttosto che Siri fosse comunemente e indifferentemente conosciuto con entrambi i nomi. Nel carteggio Siri conservato alla BPP (CS, cas. 144) diverse lettere di Francesco Vitelli scritte tra il 1643 e il 1645 risultano indirizzate a don Venturino Siri,mentre il cavaliere de La Valette il 3 ottobre 1645 indirizzava addirittura a don Siro Venturini. Trovo il Siri indicato come Padre Venturini anche in un dispaccio da Venezia del marchese Ippolito Tassoni Estense del 28 ottobre 1646 (ASM, CA, Venezia 106).

[3] Nei dispacci del nunzio Vitelli incontro per la prima volta don Venturino nel settembre del 1641, ma nei mesi precedenti sono ripetutamente citati due informatori considerati molto attendibili: un “amico” al corrente delle segrete cose del governo veneto per le sue strette relazioni con alcuni importanti senatori, che ritengo si debba identificare appunto col Siri, e “un’altra persona” che potrebbe essere il qui più volte nominato Aurelio Boccalini (vedi per es. ASV, Segr. Stato, Venezia 65, cc. 32r, 39r, 198). Quanto a Ferrante Pallavicino, a parte Vittorio Siri, c’era almeno un’altro “infame” (il termine - appropriato - è di Laura Coci) che rivendicava il merito di averlo denunciato: «È venuto da Venetia un padre da Pesaro per nome Don Gio Maria Jani raccomandato a varii dal Sig. Rabatta», scriveva Barberino a Vitelli nell’aprile del ‘42: «dice esser filosofo e teologo, di haver patito per la Chiesa in tempo dell’interdetto e per servicio di Sua Maestà Cesarea et doppo esser stato perseguitato da i Venetiani, havendo ancora scoperto il Corriero svaligiato; desidero da Vostra Signoria informatione di questo soggetto il quale dice che stava in casa del procurator Cappelli» (BAV, Barb.lat. 7764, 26 aprile 1642). Tra i traditori di Ferrante non va dimenticato il Padre Tomasi.

[4] BAV, Barb.lat. 7720, cc. 25, 31r, 40v, 21 e 28 settembre e 5 ottobre 1641 e Barb.lat. 7719, c. 51v, 30 novembre 1641. È probabile che fosse sempre Siri a informare Vitelli di quanto questi ebbe a esporre al Collegio il 20 ottobre del ‘42: «Costui [Ferrante Pallavicino] ha fatto un altro libro intitolato la Rettorica delle Putane. […] Chi mi ha detto questo me ne ha detto un’altra di questo furbazzo, che intendo che più non vada vestito da frate, ma ben pulito colle calzette sguarde. Hora si trova a Venetia, si guardi di non lasciarsi prendere…» (Coci, 1987, p. 306). Che Vitelli avesse nell’ambiente di Pallavicino un ottimo informatore è constatato a più riprese da Coci (1988, p. 245; 1992, p. XXVII).

[5] Il titolo di storico del Re era stato concesso al Siri, per interessamento di Lionne, sulla base, dice Affò (V, pp. 208-210), del semplice manoscritto, o piuttosto, è da credere, del semplice progetto del Mercurio. Ma a parte le benemerenze solo eventuali di un Mercurio ancora da scrivere, nei mesi precedenti Siri ne aveva accumulate non poche, come ho ricordato a suo luogo, collaborando ai negoziati per un’intesa tra Francia, Venezia e il Papa e difendendo quell’intesa con una serie di fortunate scritture. Oltre che di Lionne Siri era diventato intimo di Grémonville e di de Brach, segretario dell’ambasciata di Francia a Venezia.

[6] BAV, Barb. lat. 7720, cc. 5r, 14r, 20r, 35r. Cutre, ossia Henri d’Escoubleau marchese di Coudray-Montpensier, nipote dell’arcivescovo di Bordeaux, era una delle principali fonti delle informazioni che Siri passava a Vitelli. Nel 1641 serviva in Italia come capitano nel reggimento di cavalleria di Harcourt  e nel settembre fu nominato da Odoardo Maresciallo di campo, carica che tenne però per pochi mesi; fu sostituito da John Douglas, uno scozzese che era al servizio della Repubblica di Venezia. Su Coudray-Montpensier, vedi Courcelles, vol. V, alla voce Escoubleau, Henri.

[7] BAV, Barb.lat. 7719, cc. 37r e 86r.

[8] BAV, Barb.lat. 7720, c. 31r, 28 settembre 1641.

[9] BAV, Barb.lat. 7763, c. 7r, 5 ottobre 1641.

[10] BAV, Barb.lat. 7720, c. 40v, 5 ottobre 1641.

[11] BAV, Barb.lat. 7763, c. 21r, 19 ottobre 1641.

[12] BAV, Barb.lat. 7719, cc. 48r-49r, 12 ottobre 1641, Adorni-Mancini, pp. 19-20.

[13] BAV, Barb.lat. 7763, c.41v, 9 novembre 1641.

[14] BAV, Barb.lat. 7719, c. 23v, 16 novembre 1641.

[15] BAV, Barb.lat. 7763, c. 61r, 30 novembre 1641.

[16] BAV, Barb.lat. 7719, c. 65, 7 dicembre 1641.

[17] BAV, Barb.lat. 7719, appunto a margine del brano precedente, e Barb.lat. 7763, c.71v.

[18] Agli inizi del 1642 Vittorio Siri  aveva lasciato Venezia per una misteriosa missione a Parma: «Non ho potuto ancora da Don Venturino cavar la causa della sua andata a Parma», scriveva Vitelli il 1° febbraio, «perché dice esser stata per suoi affari particolari, ancorché nel principio mi dicesse altrimente, ma questa contrarietà mi gioverà a trovarne il netto». Alla fine Siri raccontò a Vitelli ogni cosa, guadagnandosi dell’altro credito. Parlò con abbondanza di particolari di un negoziato segreto tra il Duca di Parma, il Maresciallo d’Estrées e il cavaliere de la Valette ((Jean-Louis de Nogaret, figlio del Duca d'Epernon) per il passaggio di quest’ultimo dal servizio di Venezia a quello di Parma. Siri, al solito, aveva fatto da tramite e si era recato a Parma, sul cui territorio La Valette, diretto in Provenza, doveva transitare, per incontrarlo e accompagnarlo di notte dal Duca. La Valette però con un espediente non si era fatto trovare e l’accordo era andato a monte. Le ragioni del fallimento, secondo Siri, erano molte, ma più di tutto aveva pesato «la mancanza del denaro». «Et così», commentava Vitelli, «Don Venturino è tornato ancora poco sodisfatto» (ASV, Segr. Stato, Venezia 66, cc. 63r, 96-97, 1° febbraio e 22 marzo 1642).

[19] BAV, Barb.lat. 7764, c. 55r, 22 marzo 1642.

[20] Su Aurelio Boccalini scriveva ad esempio: «Il Padre Boccalino è quello che tiene il Re di Polonia più provisto di nuove e novelle che alcun altro; però conosco l’attentione di Vostra Signoria in cavar da lui mentre non l’adopra minore in ben guardarsi»; «Non dubito della prudenza di Vostra Signoria in trattare col Padre Boccalino, quale intendo sia stato di quelli che non habbia portato acqua al Re di Pollonia nel negotio della promotione»; «Intendo che il Boccalini invii alcune gazette in Polonia scritte di Roma o pure come se di Roma fussero scritte, quali non fanno molto servitio a noi et meno per la Religione. Sono in esse parole da mettere il Re al punto. Io non le ho viste et non stimo bene che il P.Boccalini entri in sospetto che si sappino per via di quel Nuntio»; al che Vitelli rispondeva: «Al Padre Boccalini  dirò in modo quello che V.Em.za mi accenna, che non penetrerà che possi venire di altrove che di qua, e procurerò che si temperi. La verità è che spende senza misura sopra queste cose, che gli accrescono la gratia del Re di Pollonia et la provisione» (BAV, Barb.lat. 7764, c.49v, 53r, 93r, 8, 15 marzo e 10 maggio; Barb.lat. 7723, c. 60, 17 maggio 1642).

[21] BAV, Barb.lat. 7764, c. 59r, 29 marzo; c.65r, 5 aprile («Trattarò di nuovo per vedere se vi sia luogo per Don Venturino, acciò non si precipiti, ma fin’hora non l’hanno saputo trovare et qui in Roma non è buona stanza né per lui, né la sua conversatione per gl’altri»); c. 87r, 26 aprile 1642 («Havrò molto gusto che per il P. Don Venturino si aggiusti qualcosa che sia di sua quiete e della sua Congregatione»).

[22] ASP, CFE, Venezia 517, 128, Vittorio Siri a Gaufrido (?), 5 luglio 1642: «Per conto del mio interesse mi disse il Signor di Braque d’havere ricevuto lettera dal Signor di Fontainé con la quale l’avisa, che meglio maturata la risolutione d’impedire la missione, già che concorreva in una persona così affetionata a Sua Maestà et alla natione, voleva nella prima audienza del Cardinale Barberino far passar ufficio che quando si persistesse in questa missione, non si disponesse in altra persona che nella mia. Il Procuratore Generale però, sotto pretesto di male di stomaco, va prolungando di parlarne al Cardinale per eccitarmi a promovere maggiormente con l’auttorità di Vostra Eccellenza la sua restitutione appresso Sua Altezza, onde tutto ciò ch’Ella opererà in beneficio del detto Padre ridonderà in mio utile e però humilmente la supplico ad interporre almeno qualche parola per la sua rihabilitatione». Della disgrazia del procuratore Generale dei Cassinesi presso Odoardo parla anche nella sua corrispondenza il nunzio Vitelli (BAV, Barb.lat. 7723, c. 43, 17 maggio ‘42. Ivi, 7719, c. 65v, 7 dicembre 1641, a proposito di Siri: «è paesano del Procuratore Generale et non so come amorevole suo»). A detta di Vitelli, Siri si era più volte prodigato per una composizione pacifica del conflitto tra Roma e Parma e in particolare per perorare presso Odoardo la causa della moderazione. «Don Venturino», aveva scritto per esempio il 21 settembre 1641, «ha ben ponderato a Cutre la rovina che il Duca si prepara et la risolutione che vi è in Roma, et l’impossibilità di difendere lo Stato et il buon stato di salute di Sua Santità da vivere molti anni, et in ogni caso che Dio guardi, che la causa è della Chiesa, et in conseguenza che non puol sperare che da qualsivoglia successore non sia proseguita. Cutre le disse che sarebbe stato bene che lui le havesse accennate al Duca come suo suddito, ma egli rispose che non poteva, né doveva entrar qua, et così restò di scriverlo lui, come fece l’ordinario passato, massime havendo anche sentita l’esortatione del Cav. Soranzo che si trovò presente» (BAV, Barb. lat. 7720, cc. 21v-22r, 21 settembre 1641).

[23] Barberino non si opponeva alla prosecuzione del negoziato; ne fissava però le condizioni. Innanzi tutto, se Venezia davvero non aveva altri scopi che il mantenimento della pace in Italia avrebbe dovuto «de facto dichiararsi che s’opporrà al Duca et sarà unita con Sua Santità quando egli volesse venirci ad attaccare». Si doveva poi stabilire sin dall’inizio «che non si parli dello stato di Castro et luoghi presi dalla Santa Sede, né si pretenda, come i Franzesi proposero già, che si sospenda il termine al comparire quale si compisce circa il principio del Gennaro venturo» e che sembrava a Barberino un tempo più che sufficiente a che Odoardo adempisse ai suoi doveri. «Quanto alla quiete», concludeva, «ben vedo che Vostra Signoria concepisce il gusto di Sua Santità, quanto però all’entrare in lega è ben avanti assicurarsi se quali principi vi siano in essa o publicamente o segretamente con altri particolari prima di dare intentione delle risolutioni in ciò di Sua Santità» (BAV, Barb. lat. 7766, cc. 3-4, 4 settembre 1642).


Claudio Costantini

Fazione Urbana

*

Indice
Premessa
Indice dei nomi
Criteri di trascrizione
Abbreviazioni
Opere citate
Incipit

Fine di pontificato
1a 1b 1c 1d 1e 1f 1g 1h 1i 1l 1m

Caduta e fuga
2a 2b 2c 2d 2e 2f 2g 2h

Ritorno in armi
3a 3b 3c 3d 3e 3f 3g 3h 3i

APPENDICI

1

Guerre di scrittura
indici

Opposte propagande
a1 a2 a3 a4 a5 a6 a7
Micanzio
b1 b2 b3 b4 b5
Vittorino Siri
c1 c2 c3 c4

2
Scritture di conclave
indici

Il maggior negotio...
d1 d2 d3 d4 d5 d6 d7
Scrittori di stadere
e1 e2 e3
A colpi di conclavi
f1 f2 f3 f4 f5 f6

3
La giusta statera
indici

Un'impudente satira
g1 g2 g3 g4 g5
L'edizione di Amsterdam
Biografie mancanti nella stampa

4
Cantiere Urbano
indici

Lucrezia Barberini
h1 h2
Alberto Morone
i1 i2a i2b i2c i2d
i2e i2f i2g i2h
i3 i4

Malatesta Albani
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