A colpi di conclavi: f1 f2 f3 f4 f5 f6

Il conclave di Rapaccioli

«Eminentissimo e Reverendissimo Signore e Patron Colendissimo
Ecco all’Eminenza Vostra la mia diceria. Scusi Vostra Eminenza la sua longhezza com’effetto di quel desiderio insatiabile che ho di servirla sempre più che si può. Al resto farà la scusa la debolezza dell’ingegno che se non sa servirla quanto basta lo fa quanto può. L’istessa scusa si farà il giuditio dove manca; e quando la scrittura gionga mai a guadagnar di essere censurata e corretta dal saggio e benignissimo giuditio di Vostra Eminenza io la riputerò felicissima e la riconoscerò per stimata degna di comparire nel mondo al servitio dell’heroica innocenza dell’Eminenza Vostra, alla quale (se la stimasse mai degna di un Publicetur) non devo ricordare l’impunità del mio nome, tanto in riguardo della Francia, quanto di N.S. che mi commandò che dovendo io dar fuori racconto e testimonianza alcuna, la facessi pervenire a Sua Santità prima di publicarla, cosa ch’io ristringo a quello che dovesse uscire o sotto il mio nome o con pericolo manifesto che se ne risapesse l’autore. Compatisca Vostra Eminenza le mie debolezze e si appaghi di una buona volontà et humilmente me le inchino. Di casa l’ultimo di ottobre 1644
Di Vostra Eminenza
alla quale soggiongo che la copia mandata è la prima corretta di mia mano e quella che si contentarà Vostra Eminenza ch’io desideri conservare appresso di me per l’originale né a farne scusa ricordarò a Vostra Eminenza la brevità del tempo nel quale ho sollecitato di servirla
Humilissimo Devotissimo et
Obligatissimo Servitore F.A. card. Rapacciolo».[1]

È la lettera che accompagnava l’invio al Cardinal Barberini della prima stesura (un “abozzo” l'avrebbe chiamato Rapaccioli più tardi) del conclave composto per ordine dello stesso Barberino, il quale, evidentemente, era tanto preoccupato di assicurarsi a futura memoria una autorevole testimonianza sulle vicende del Conclave, quanto Innocenzo lo era di non permettere che alcunché si risapesse. Perché era così preoccupato Barberino e perché aveva tanta fretta? Certamente perché, dopo le prime, grosse delusioni del pontificato Pamphili, sentiva arrivare la tempesta che avrebbe sconvolto la sua Casa. Ma il conclave di Rapaccioli aveva anche lo scopo di ribattere le voci che avevano cominciato a circolare non appena s’era aperto il Conclave e che, a quanto pare, trovavano riscontro in scritture, semplici avvisi o veri e propri conclavi, che si andavano divulgando. Forse Rapaccioli e il suo committente, Barberino, più che delle cose dette si preoccupavano delle non dette, ossia del ruolo avuto dai Barberini nell’elezione di Pamfili, che amici e partigiani del Papa tendevano a dimenticare o a nascondere dietro l’ovvio intervento dello Spirito Santo. Proprio all’inizio del conclave Rapaccioli accennava a «cose non toccate o mal spiegate da chi ha fin qui preteso publicare al mondo gli affari dell’ultimo Conclave».

«Mancò del certo agli scrittori poco o male informati la cognitione di quegli avvenimenti […] Molte di queste machine sono assai recondite e note a pochissimi cardinali che non ne vogliono scrivere et han ragione. Per lo che si ponno malagevolmente ricavar da essi, né senza il lume che sono ito mendicando da tal’uno di loro vi potrei rivelare quelle molte cose che vi andarò dicendo. […] Sono li sodetti cardinali così religiosi e ritenuti che o in tutto tacciono dove dovrebbero dir male di qualcuno o solo ne dicono quanto basta per lo intiero racconto delle cose più sostantiali. […] Vi assicuro che se mi porrò a mormorare, non havrò modo da dir molto e mi converrà farlo con più moderatione di quella che forsi comportarebbe la verità del fatto et il merito di qualchuno».[2]

La tesi sostenuta da Rapaccioli è che fin dall’inizio Barberino (d’accordo con Antonio, anche se in una accorta divisione delle parti [3]) aveva in mente di portare Pamfili al papato e che, nel far questo, non solo non aveva commesso errori o ingenuità, come molti pretendevano, ma aveva condotto il gioco con abilità e spregiudicatezza. Una vera e propria operazione da manuale, secondo Rapaccioli, che la rileggeva alla luce delle teoriche accreditate per i capifazione. Le si possono ricondurre a quattro imperativi principali: 1) valutare di volta in volta le alternative possibili calcolando sempre con attenzione i favorevoli e i contrari; 2) non cimentare mai il proprio candidato senza la certezza del successo, per “mantenergli la riputazione”; 3) resistere alle pressioni di quanti volevano che i candidati più qualificati, Panfili e Sacchetti appunto, fossero scrutinati per primi solo per poterli più facilmente escludere;[4] 4) non lasciare mai il Conclave ozioso e perciò “riempire la scena” con falsi candidati, come in effetti Barberino aveva fatto con Maculano e soprattutto con Sacchetti.[5] Naturalmente, se per caso Maculano o Sacchetti fossero riusciti, Barberino se ne sarebbe accontentato, trattandosi pur sempre di creature urbane; semplicemente, sosteneva Rapaccioli, Barberino non aveva mai creduto alla possibilità di un loro successo e aveva puntato tutto su Pamfili.
Anche la scelta di Pamfili, che molti criticavano o perché i suoi meriti apparivano decisamente inferiori a quelli di Sacchetti, o perché (ed era il senno di poi) il tanfo dell’ingratitudine era parso subito circondare il trono di Innocenzo, appariva invece a Rapaccioli del tutto ragionevole e conforme alle regole: Pamfili era più vecchio di Sacchetti, era, anzi, il solo vecchio della fazione urbana, e quindi la sua candidatura avrebbe incontrato minori opposizioni; era più gradito di Sacchetti, «riputato per troppo desiderato da Barberino», a quanti, a cominciare dagli Spagnoli, dopo il lungo pontificato di Urbano, desideravano un effettivo cambio di governo; infine, se Sacchetti era molto bene affetto alla Casa, Barberino aveva ragione di ritenere Pamphili molto bene affetto alla sua persona e di aspettarsene la debita riconoscenza. Se poi le cose per questo verso non erano andate come avrebbero dovuto, la colpa (ma questo Rapaccioli non lo scriveva) non era di Barberino.
Dell'esistenza della relazione di Rapaccioli fu prima o poi informato il Palazzo: alcuni materiali preparatori furono trafugati a Rapaccioli da una persona che egli conosceva benissimo e da cui riuscì a recuperarli, ma rubandoli a sua volta. Proprio il furto l'aveva indotto a dare copia, sia pure parziale, della relazione al principe Giustiniani, per far vedere di non aver nulla da nascondere. Altre copie tratte dalla redazione originaria (quella inviata a Barberino nell’ottobre del 1644) erano uscite dalla segreteria di un genovese a cui Rapaccioli l’aveva affidata. Il genovese era con ogni probabilità Raffaele Della Torre, che, come dirò più avanti, si era servito del conclave di Rapaccioli per stendere la risposta alla Mal consigliata fuga del Cardinale Antonio.[6] Rapaccioli stesso riassunse a Francesco il 26 agosto del 1646 le travagliate vicende del suo conclave:

«Ha volsuto la mia disgratia che io mi lasciassi vincere dall'instanze di un personaggio genovese a fidare alla di lui curiosità l'abozzo che già feci del passato Conclave poiché questi (non sa ne men egli ancor come) ha saputo esserne uscita di sua casa una copia ch'è stata vista e forsi copiata da qualcuno. Questo accidente mi turbò tanto che mi riaccese una febre. Ho fatto quanto ho potuto per arrestar la scrittura dove l'ho incontrata e fin qui mi è giovato, ma temo che un'altra copia sia per farmela né vi posso far quel che v'anderebbe per non confessarmene autore e per poterlo negare. Palazzo non l'ha ancora havuta, né potrà piacergli poiché, con tutto che riverentissima per suo conto, è però un processo della di lui ingratitudine; se pur non gli piacesse il modo con che io (scrivendo in quei principii del pontificato) portai le negotiationi di Teodoli e de i suoi viglietti e vescovado. Sovverrà a Vostra Eminenza che mi furono già tempo fa rubbati il commentarietto e le note ch'haveo in brutto per far detto conclave in un mio scrignetto, e che io per mostrar che non m'haveono tolta cosa che non gl'havessi data ne donai una copia non ancor finita al prencipe Giustiniano, doppo però haver fatto aprire lo scrigno anch'io a chi mi fece il furto con riportarne per corpo del delitto i due quinternetti ch'altre volte rivide Vostra Eminenza del conclave già steso e che cole note sodette mi furono rubbati da quei, col quale dissimulo ancora perché si [7] e tra l'altro per non fargli lettere di raccomandatione al Cardinale Panfilio (che lo accarezza) col risentirmene. Ma dal veder che da che furono dette note rubbate non è uscita in luce cosa alcuna di esse, mi son sempre fatto a credere ch'habbian veduto non fare al loro proposito e che me l'habbiano fatte levare con speranza di distormi così dallo scrivere detto conclave, intanto che se lo vedranno non potrà piacergli. Ma questo è il minor male; mi spiace assai più il pensar che vi si dovea mutar qualcosa più accomodata a i tempi e cose correnti, che vi andavano giontate alcune cose et altre levate, che andava riveduto et aggiustato in mille luoghi e che sopra tutto non dovea havere il publicetur da altri che da Vostra Eminenza e dal Signor Cardinale Antonio et in altro tempo. Né lascio di far riflessione che qualche cardinale vi potria trovar su occasione di dolersi di me, con tutto che ne habbia parlato con ogni possibile moderatione e tal volta in modo che vi bisogna la chiave, che non ho data mai fuori. Il Signor Cardinale Mattei se n'è già dolsuto, con tutto che non habbia veduto la scrittura et ha detto che non gli manca chi scriverà di me qualche cosa che non mi piacerà. Risposi a chi mel disse che io non sapevo che Sua Eminenza si dicesse e che quando egli havesse fatto scrivere, io havrei scritto. Ho stimato mio debito dar parte a Vostra Eminenza di questo mio accidente, il quale mi pesarà assai meno di quel che fa se Vostra Eminenza e'l Signor Cardinal Antonio mi condonaranno la disgratiata confidenza che ho havuta con chi ho detto, prima che l'habbia fatto vedere a chi veramente prima d'ogni altri doveo, ma mai pensai di non havervi tempo, poiché sempre disegnai di rassettarlo come andava per altra stagione, come farò mentre tra tanto attenderò a negare che sia mio. Non ardisco ancora affatto di mandarne a Vostra Eminenza una copia».[8]

Di lì a qualche giorno Rapaccioli metteva in circolazione una finta lettera diretta al finto destinatario della sua relazione di Conclave (che, divisa in due parti, era, come di consueto, svolta in forma epistolare), nella quale pretendeva di scaricare su quell’inesistente personaggio una parte almeno delle sue responsabilità e di prevenire in questo modo le reazioni di quanti, primo fra tutti il Papa, erano stati da lui tirati in ballo. Ma in questa sua excusatio Rapaccioli mostrava di preoccuparsi più, come diceva, dell’“Accademia” che della “Corte”, rammaricandosi solo dei difetti di stile di una scrittura abbozzata in tutta fretta e non destinata, almeno per il momento, alla pubblicazione. Per il resto Rapaccioli non ritrattava, non smentiva, non correggeva nulla di quanto aveva raccontato ed anzi accennava alle molte testimonianze, anche scritte, da lui raccolte e parlava di un terza parte, che diceva di aver composto e poi dato alle fiamme “per liberarmi dall’importunità de i curiosi”; con il che però lasciava intendere di non aver affatto, sulle vicende del Conclave, vuotato il sacco e di avere ancora, all’occorrenza, molte cose da dire.

«Sig. mio
Quando vi scrissi con due mie lettere ciò che io haveva fin’allhora potuto sapere del passato Conclave, vi pregai insieme con lettera a parte che riteneste tutto sotto chiave ne i vostri scrigni e non permetteste ch’altri, chi che fusse, n’havesse copia. Ciò feci per molti riguardi che allhora non dissi, poiché mi persuasi dovesse bastare il meritar simile favore con la singolar prontezza e confidenza con la quale sodisfeci alla vostra curiosità. Mi feci insieme a credere che foste per fare vostro particolar tesoro un regalo che non ad altri sarebbe per hora stato fatto che a voi, né mai senza voi e non senza che prima tutte le parti et accidenti del racconto fossero state ben rincontrate col vero; non senza che si fossero giontate a i lor luoghi l’altre notizie che di mano in mano o mi fossero capitate o mi fossero sovvenute; non senza che si fossero risecate alcune cose che potessero dispiacere a qualcuno e metter la mia penna alle mani con qualche altra; non senza che si fossero date ad altri quelle sodisfattioni che vi havessero potuto ragionevolmente desiderare; non senza che havessero tutto veduto il Cardinal Barberino e’l Cardinal Antonio, gl’intimi sentimenti de quali vengono palesati nel racconto delle più segrete negoziazioni e de’ più occulti accidenti che passassero fra loro con tutte le operationi che vi ferono e le machine che vi usarono; non senza aspettar tempo più opportuno per metter tutto in luce con migliori costellationi e sotto quegli aspetti per cui si potesse fargli più benigna e fortunata figura; e non senza finalmente veder cotal parto perfettionato e ridotto in quell’essere che a lui prima di publicarlo si dovea e senza il quale, se a me pare (com’è) un aborto, può ad altri che non sappia quel ch’è passato tra voi e me, parere uno storpio in cui per colpa mia più che vostra, o manchino o mal concie si vedano le parti [9] a cotal opra naturalmente e moralmente dovute. E chi mai sarà che vada con chi di mano in mano leggerà le dette mie lettere protestando, come feci con esso voi, esser questo un semplice abbozzo correntemente tirato da una penna che a nient’altro badò che a sodisfare, come dissi, prontamente alla vostra curiosità? Da questa [10] non temeva veder io criticate molte imperfettioni, per allhora da me tollerate, né ricercati nello stile quei fiori e quei rigori che, se riconobbi poco necessari con esso voi, ve gl’harei però usati nel rivederla, prima che si fosse publicata al Mondo e fatta commune anche a i censori dell’Accademie ed ai critici della Corte; non vi harebbe trovato già altri alcune parole troppo spesso replicate e così alcune cose e pensieri, se mi lasciavate finire l’abbozzo che vi mandai; prima di publicarlo gl’harei dati colori più vivi, finezze più delicate e lumi più belli. Chi sa qual sia il mio stile e la mia maniera saprà conoscere che il quadro non è che abbozzato, ma chi non conosce la mia penna, reputando il quadro per finito, mi crederà scolare del Tintoretto. Mi meraviglio però di tal uno che senza ricordarsi qual sia la faccenda di che si tratta e per quale strada se ne intraprenda il racconto, vorrebbe veder usato lo stile de i Romanzi in lettere, che vi narrino il fatto di un Conclave, né si vogliono rendere accorti che tale impresa non vuol forme più sollevate né metallo d’altro carrato. Quei che sanno alzare se occorre il volo (e tanto più alto quanto più bisogna) non isdegnano perciò di caminare quando così convenga; né si ha da credere che non sappiano scrivere un romanzo quei che non ne dan saggio in un conclave. Questi si scrivono più per la Corte che per l’Accademia e ogni volta che chi lo scrive dà sodisfatione alla prima, non cura della seconda. A questa ha modo di sodisfare con altro; allhora che si trattarà con essa si usarà altro stile e vi si adoprarà la Crusca et il Boccaccio. Nello scrivere a voi non ho atteso a i loro rigori e nelle due lettere, che assai longhe vi scrissi, non alzò la mia penna il volo, perché v’hebbi a scrivere currenti calamo. Harete ben ancora voi sentito che la Corte suppone essere le dette due mie lettere parto d’altra penna che la mia. Non so se restiate più honorato voi o pur io mentre sono cambiato in chi si dice; il giuditio è ben falso, ma non affatto temerario poiché buona parte d’esso conclave è cavato dalle note confidatemi da chi [11] non attese né dovea attendere in esse a belle parole. Vi confesso bene che non senza contrabando vi ho registrati, oltre a molte cose ricavate altronde, alcuni particolari che non doveva, per haverne havuto quel rigoroso divieto che hoggi mi fa più d’ogn’altra cosa sentire il peso non dirò del vostro mancamento, ma ben sì della vostra e mia disgratia; e già che la mia sorte vuole che io v’habbia servito con tal disaventura, siate per lo meno contento di lasciarvi uscir dalle mani questa mia lettera, facendola gir dietro all’altre due [12] in modo che le raggionga e, s’è possibile, non si scompagni dalle medesime, acciò che con questa resti informato chi bisogna di quanto occorre. [13] Nel rimanente rendo gratie a Dio che non fidai al vostro scrigno la terza et ultima parte, la quale per non haver io da osservare troppo spesso la fede del mio e per liberarmi dall’importunità de i curiosi, ho donata alle fiamme. Dio vi feliciti e conservi sano.
Roma questo dì primo settembre 1646» [14].

In quello stesso torno di tempo Rapaccioli tentò di scusarsi personalmente con Spada, ma, come si vedrà più avanti, ci mise qualche doppiezza di troppo, sicché l’iniziativa non ebbe alcun successo.[15] Ci riprovò con maggiore convinzione nell’ottobre del 1653: si avvicinava l’attesa fine del Pontificato di Innocenzo e Rapaccioli, avendo qualche carta da giocare, non voleva affrontare il nuovo Conclave con l’aperta ostilità di Spada. Rapaccioli si rivolse dunque al Padre Virgilio chiedendogli di adoperarsi presso il fratello per una formale riconciliazione.[16] Ma il Card. Spada pretendeva da Rapaccioli una ritrattazione, mentre Rapaccioli era disposto a dichiarare soltanto che la pubblicazione della scrittura era avvenuta a sua insaputa. L’iniziativa ancora una volta fallì.




paragrafo successivo * inizio pagina


[1] BAV, Barb.Lat. 8745, c. 304.

[2] Rapaccioli, BAV, Vat.lat. 13418, p. 1. In diverse occasioni Rapaccioli accenna a confidenze che non era riuscito a strappare ai suoi colleghi o a segreti che preferiva non divulgare: «Havrei voluto che il nostro amico [c’è un 6 in sopralinea] m’havesse communicato questo fatto, perché so ch’egli n’è pienamente informato [...] ma egli non ama farlo» (Rapaccioli, BAV, Vat.lat. 13418, pp. 27-28). «Sarebbe qui venuto molto in acconcio il raccontare molti rei fatti usati da chi voleva nelle cose sudette guadagnare quel che al fine vi si guadagnò, ma perdoniamola a chi forsi troppo s’offenderebbe» (Rapaccioli, ASV, Fondo Bolognetti 21, c. 266r).

[3] Antonio «se bene era stato già molto tempo avanti guadagnato in ciò che vi fusse potuto essere per conto proprio, e già n’avea dato più d’un segno al medesimo Panfilio non che al fratello, si sentiva però fare gran forza dal rispetto della Francia» (Rapaccioli, BNR, FVE, 984, 52v-53r).

[4] «Molti che pretendevano d’esser Papa tanto in questo quanto nel futuro Conclave e principalmente alcuni di quei soggetti che confessandosi più degli altri inferiori di merito al Card. Panfilio et al Card. Sacchetti, mostravano d’abborrire che si trattasse di loro prima che si fossero fatti tutti li sforzi per l’uno e per l’altro di questi, conoscendo molto bene quali fossero i svantaggiati della prima fila e quanto complisse a gli altri che questi sotto pretesto di graduatione tolta dai meriti fossero i primi a cimentarsi» (Rapaccioli, BAV, Vat.lat. 13418, p. 21-22).

[5] «Applicò l’animo a levar l’ozio ai scrutinii et ad empir la scena di qualche sogetto, né potendosi cimentar alcuno del Collegio vecchio senza invitar a nozze il partito spagnolo e così restarvi colto, gli convenne cercar contro ogni buona regola il sogetto tra le sue creature. Fu dunque proposto S.Clemente…» (Rapaccioli, ASV, Fondo Bolognetti 21, cc. 260v-261r).

[6] Rapaccioli sospettava anche un’altra persona, legata questa volta al card. Antonio, di divulgare i suoi scritti: nel maggio del 1647 inviandone uno a Francesco scriveva: «scusi chi qui si trova in molto travaglio per alcune scritture, c'ha publicato chi puote haver le mani nella segretaria del Signor Cardinal Antonio al qual supplico a non ne far motivo, come la suplico (se pur mi è lecito) ad emendar cole fiamme la libertà et ingenuità di questa mia e di altre simili» (BAV, Barb.lat. 8746, 36v, 11 maggio 1647).

[7] Qui manca evidentemente qualche parola.

[8] BAV, Barb.Lat., 8746, cc.16v-17v.

[9] Corretto su: membra.

[10] Da questa corretto su dalla quale.

[11] Corretto su: dal medesimo che.

[12] Segue cancellato: che girano.

[13] Quel che segue sottolineato è scritto a margine con nota di richiamo.

[14] BAV Barb.Lat. 4673, cc. 212-214, Sopra il Conclave scritto dal Cardinale Rapaccioli. Le sottolineature sono nel testo.

[15] ASR, SV 563, Bernardino a Virgilio Spada, 10 ottobre 1646: «Hoggi il Card. Rapaccioli mi ha mandato a fare una tale ambasciata in escusatione de la scrittura uscita disgratiatamente, soggiungendo che d’alcune febrette havute questi di ne da la causa al dispiacere che si ha preso».

[16] BAV, Bar. lat. 8746, cc. 219-220, Rapaccioli a Virgilio Spada, 30 ottobre 1653 e cc. 224-225, Rapaccioli a Francesco Barberini, 24 novembre 1653.


Claudio Costantini

Fazione Urbana

*

Indice
Premessa
Indice dei nomi
Criteri di trascrizione
Abbreviazioni
Opere citate
Incipit

Fine di pontificato
1a 1b 1c 1d 1e 1f 1g 1h 1i 1l 1m

Caduta e fuga
2a 2b 2c 2d 2e 2f 2g 2h

Ritorno in armi
3a 3b 3c 3d 3e 3f 3g 3h 3i

APPENDICI

1

Guerre di scrittura
indici

Opposte propagande
a1 a2 a3 a4 a5 a6 a7
Micanzio
b1 b2 b3 b4 b5
Vittorino Siri
c1 c2 c3 c4

2
Scritture di conclave
indici

Il maggior negotio...
d1 d2 d3 d4 d5 d6 d7
Scrittori di stadere
e1 e2 e3
A colpi di conclavi
f1 f2 f3 f4 f5 f6

3
La giusta statera
indici

Un'impudente satira
g1 g2 g3 g4 g5
L'edizione di Amsterdam
Biografie mancanti nella stampa

4
Cantiere Urbano
indici

Lucrezia Barberini
h1 h2
Alberto Morone
i1 i2a i2b i2c i2d
i2e i2f i2g i2h
i3 i4

Malatesta Albani
l1 l2


*

HOME

*

quaderni.net

 
amministratore
Claudio Costantini
*
tecnico di gestione
Roberto Boca
*
consulenti
Oscar Itzcovich
Caterina Pozzo

*
quaderni.net@quaderni.net